Martina Picca e il suo Se una notte di settembre l’alluvione: “Il mio libro mi ha salvata”

Intervista alla scrittrice piacentina che giovedì 6 febbraio presenterà il suo libro, già alla terza ristampa, al Melville di San Nicolò

PIACENZA – Una bella sorpresa di questo inizio di 2020 è rappresentata dal primo libro della giovanissima Martina Picca, scrittrice piacentina che con il racconto della sua personale storia legata all’alluvione del settembre 2015, ha già raggiunto la terza ristampa.

Il libro si intitola Se una notte di settembre l’alluvione, è edito da Edizioni Officine Gutenberg, e giovedì 6 febbraio alle 18 sarà presentato al Caffè Letterario Melville di San Nicolò, in presenza anche di Elisa Malacalza, giornalista di Libertà che oltre ad avere seguito tutta la storia è anche autrice della prefazione del libro.

Da quel 2015 sono passati quasi quattro anni e mezzo e ora Martina con questo libro ripercorre tutto questo tempo con gli occhi di una ragazza cha ha vissuto lo step da teen ager a giovane donna, da alluvionata.

Quando è cominciato a nascere il tuo libro?

Il mio libro è nato dopo una profonda riflessione con me stessa. Non c’è stato un momento preciso, una sera ero sul divano e sentivo di dover fare di più, che toccava a me. Tutto quello che ho scritto deriva da un’attenta analisi e da un profondo bisogno interiore, da una partita giocata con me stessa. Prima erano solo frasi sparse, poi ho iniziato a capire che forse quel di più poteva concretizzarsi e che il mio dovere era questo: dire come erano andate le cose, dire quello che avevamo passato noi e altre persone, e soprattutto dire quello che è ancora.

Una storia che parte quasi da un singolo istante ma che però sembra non finire mai…

La mia vita si è divisa, una parte si ferma ai 17 anni e l’altra inizia il 14 settembre 2015. Sono un’alluvionata, ma non come un’etichetta, è semmai un trauma che ti porti inesorabilmente sempre dietro. Questa storia non è finita, non è un punto fermo, non c’è uno stop, ci sono giorni buoni e giorni un po’ meno buoni, è sempre un fare i conti con quello che hai dentro, e quello che si ha dentro dopo un evento di questa portata, con tutto quello che si è portato a braccetto, fa paura. L’importante è trovare sempre la forza di accendersi la luce.

Qual è stato il momento più brutto nei mesi e negli anni che sono passati da quella notte di settembre?

Tutto il 2016 per me è stato l’anno più brutto in assoluto. Era come se fossi precipitata in una stanza al buio senza sapere dove fossero gli interruttori e senza nessun appiglio. Anche i due punti fermi della mia vita, i miei genitori, barcollavano. Eravamo in una situazione di incertezza assoluta, eravamo distrutti e a terra. È stato anche l’anno in cui bisognava assorbire la botta, da un punto di vista psicologico eravamo sotto stress post traumatico. Non mi riconoscevo più e cercavo di nascondere come realmente stavo il più possibile. Sono sempre stata una persona abbastanza forte ma in quell’anno ho toccato il fondo. Una delle cose che mi ha fatto più male in quel periodo è stato vedere molte persone rivelarsi diverse da ciò che pensavo con parole e azioni del tutto ancora incomprensibili: remavano contro con cattiveria e ferivano senza pietà. Quando sei fragile ogni cosa minima ti ammazza: l’incomprensione e l’ignoranza sono stati i due grandi mostri insieme all’alluvione. Comunque ho avuto anche tante persone che mi hanno aiutata e questo conta.

La scrittura sa essere un modo di ricucire alcune ferite. Quanto ti è stato di aiuto prendere la penna in mano?

Scrivere è stato tutto. Al mio libro ho detto “io ti ho scritto e tu mi ha salvata” ed è stato esattamente così. Dopo il 2016, dopo essere precipitata nel punto più basso possibile, mi sono detta “Martina, basta.” e ho ripreso in mano la penna, ho accettato la corsa. Da lì è iniziato un cammino di rinascita verso la luce che oggi non è terminato, ci sono sempre in mezzo e anche se alcuni giorni c’è il temporale, io cerco di aprirmi l’ombrello. Sarà sempre così, non si scappa da questo.

Ora, a distanza di 4 e mezzo, che ragazza è Martina?

In me c’è la Martina dei diciassette anni che è ferma a quel giorno, molto più spensierata e senza tutti i macigni del presente. Ma c’è anche la Martina di oggi che nonostante la catastrofe sulle spalle e nel cuore, è una Martina che ama di più, attaccata alla vita al massimo e più attenta agli altri. Ho una gran voglia di scrivere e di buttarmi nelle storie delle persone, soprattutto nel loro dolore. Sarò ad Arquata del Tronto e ad Amatrice e spero di esserne all’altezza. Quando capisci davvero gli altri e sei disposto a fare un passo a fianco a loro, succedono cose straordinarie. Il mio primo “passo a fianco” l’ho fatto verso Ornella Degradi, l’araba fenice del libro, ed è stato un bellissimo regalo perché mi si è aperto un mondo. Ma Martina oggi è anche un po’ quella di prima: la solita casinista che non sta mai zitta, e forse è proprio questo il bello.