Consiglio comunale, l’intervento d’inizio seduta della consigliera Giulia Bernagozzi

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BOLOGNA – Di seguito, l’intervento d’inizio seduta della consigliera Giulia Bernagozzi (Partito Democratico):

“Care Consigliere e cari consiglieri,
non vi nascondo l’emozione del mio primo intervento in questo Consiglio Comunale e sono molto onorata di poterlo fare anche come impiegata e RSU di un’azienda metalmeccanica su una vicenda che merita tutta la nostra attenzione. Vorrei parlarvi di una storia che riguarda la vita di 220 persone e delle loro famiglie, il nostro Appennino, ma soprattutto tutti noi. E’ di pochi giorni fa l’annuncio del Gruppo Evoca di chiusura a Marzo 2022 dello stabilimento di Saga Coffe a Gaggio Montano. Una decisione unilaterale, preceduta dallo spostamento di attrezzature e macchine prima dell’annuncio, con le rassicurazioni dell’azienda ai dipendenti che si trattasse solo di ottimizzazioni di magazzino. Nella realtà erano operazioni sotto traccia di svuotamento della sede, fatte sotto gli occhi di dipendenti ignari, l’ultimo atto di una storia che ha visto smembrare pezzo dopo pezzo un’azienda che ha tenuto alto il nome del nostro Appennino e della città di Bologna: la Saeco. Quest’azienda nata nel 1981, che nel 1985 diventa leader delle macchine da caffè automatiche, ha visto acquisire dal 2004 quote societarie da parte di fondi internazionali e multinazionali, con promesse di investimento e rilancio che sono state poi tradite nei fatti. Prima la crisi nel 2015 che ha visto, dopo 73 giorni di lotta dei dipendenti, ben 243 esodi incentivati. La seconda, più grave, in questi giorni dove si annuncia la chiusura del sito, senza appello. Nonostante un accordo di risoluzione consensuale per 60 lavoratori-lavoratrici incentivati siglato lo scorso anno, finalizzato alla messa in equilibrio dello stabilimento , considerato solo pochi mesi fa strategico nel gruppo. Evoca Group, multinazionale italiana, sostiene invece oggi che questa decisione sia necessaria per il riassetto del gruppo e per la non competitività del sito di Gaggio Montano, salvo poi dalle carte emergere una realtà ben diversa. Il sito di Gaggio Montano risulta essere in attivo. Si prospetta piuttosto un vero e proprio progetto di delocalizzazione all’Estero della produzione e di implementazione del sito di Bergamo, dove l’azienda ha incominciato, beffa delle beffe, ad assumere impiegati. Cari colleghi, la sola solidarietà non basta. Ascoltando la voce dei dipendenti al presidio serve una presa di posizione chiara e netta, serve chiedere anche noi con forza una legge che regolamenti le delocalizzazioni, impedendo che il profitto di un’azienda passi dal basso costo del lavoro e della mano d’opera, ottenuto sulla pelle dei lavoratori e sul futuro delle loro famiglie. Non possiamo poi pensare di risolvere nuovamente questa situazione con una buona uscita economica, nessun rimborso seppure generoso può valere la professionalità di anni di servizio, la prospettiva di un futuro per i propri figli, la dignità di avere un lavoro, strappato per logiche di profitto. Un piano di reindustrializzazione che parta da queste competenze non è solo auspicabile ma fondamentale. Impegno, conoscenze, know-how, marchio e professionalità non possono essere semplicemente esportate in altre realtà, perché frutto del lavoro di anni di persone che sono il vero valore aggiunto di questa azienda, che traspare anche da queste ore incessanti di lotta, al freddo delle notti. Un legame profondo per la loro terra, per il loro lavoro e per la loro azienda, che sentono di rappresentare nel modo più autentico, nonostante la delusione. Parliamo inoltre di un sito industriale che vede l’80% delle risorse essere donne. Un dato che ci deve portare nuovamente a riflettere, in un mondo in cui l’occupazione femminile non raggiunge mai gli obiettivi prefissati, difendere quei posti di lavoro significa difendere anche l’occupazione femminile. Un chiaro investimento in quella direzione deve essere il principio cardine delle politiche del lavoro che metteremo in campo nei prossimi anni. Infine raccogliamo l’appello dei tanti giovani studenti dell’Istituto Da Vinci di Porretta, andati al presidio qualche giorno fa, per dire che “L’Appennino è il loro futuro”, e noi abbiamo il compito di garantire loro quel futuro. Chiudere questa azienda avrà pesantissime ripercussioni sul tessuto economico della montagna . Una preoccupazione questa di tutti coloro che da tutto l’Appennino stanno partecipando al presidio. Chiudere le aziende per lasciare contenitori vuoti, spingerà le persone a cercare lavoro altrove, per chi potrà o per chi lo troverà, svuotando di fatto l’ Appennino di storie, persone e di tutto l’indotto di un territorio che era florido. Serve un impegno vero per il rilancio della nostra terra, non solo come realtà turistica, ma come eccellenza dove investire e far crescere le aziende, investendo in maggiori infrastrutture e servizi, perche’ l’esperienza manifatturiera delle nostre realtà non sia più oggetto di chiusure e speculazioni.

Care colleghe e cari colleghi, auspico che questa battaglia sia di tutti, perché le storie di Laura, Elena, Aldo, Tina, Adriana, Guido, Mara, Susan, Francesco, Anna, Alessio, Stefania, Emanuela, Giuseppina, Franca, Francesca, Rudi, Catia, Stefano, Tonino e tutti gli altri non siano solo storie da leggere sui giornali per poi essere dimenticate. Ho volutamente scandito i loro nomi, perché sono persone, non numeri. Sono persone che fino a due settimane fa facevano il loro lavoro con la stessa passione di sempre e che oggi sono fuori dai cancelli per scelte scellerate e vigliacche, di chi si nasconde dietro la globalizzazione per giustificare manovre di semplice speculazione economica. Essere al loro presidio queste sere di freddo gelido è un atto importante ma lo ripeto, non sufficiente. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, queste sono le primissime parole della nostra costituzione. A noi il compito di difendere il lavoro, i lavoratori e le loro famiglie e di combattere per restituire un futuro ai 220 dipendenti della Saga Coffe e tutto al nostro Appennino.”