Consiglio comunale, la vicesindaca Emily Clancy ha ricordato la giornalista Shireen Abu Akleh

7

Il Consiglio ha osservato un minuto di silenzio

BOLOGNA – La vicesindaca Emily Clancy ha ricordato oggi in Consiglio comunale la giornalista Shireen Abu Akleh, uccisa a Jenin. Al termine, il Consiglio ha osservato un minuto di silenzio.

” ‘Per me Jenin non è una storia effimera nella mia carriera o persino nella mia vita personale. È la città che può sollevarmi il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che talvolta trema e crolla e poi, oltre ogni immaginazione, si rialza per seguire le sue traiettorie e i suoi sogni’. Queste sono le parole che Shireen Abu Akleh aveva scritto, nell’ottobre dello scorso anno, sulla rivista This Week in Palestine. Fatalmente Jenin è proprio la città in cui Shireen è stata assassinata. L’11 Maggio 2022, mentre indossava la pettorina blu identificativa con la scritta “Press” (stampa), è stata colpita e uccisa da spari alla testa mentre documentava un raid militare israeliano nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania.

Shireen Abu Akleh, palestinese e americana, era una giornalista di primo piano per la stampa internazionale e un volto noto del network Al Jazeera, di cui è stata reporter per oltre 25 anni, documentando il conflitto israelo-palestinese e diventando nota per i suoi servizi dai territori occupati.
‘Ho scelto il giornalismo per stare vicino alle persone’ dice Abu Akleh in un breve video diffuso da Al Jazeera poco dopo l’assassinio. ‘Cambiare la realtà non è facile, ma almeno ho avuto la possibilità di far sentire la loro voce – la voce delle persone, ndr – al mondo’.

Sempre più spesso, i giornalisti rischiano quotidianamente la vita nei territori di conflitto, e pagano il loro diritto di cronaca – che garantisce anche un nostro diritto all’informazione -, a caro prezzo, come purtroppo avvenuto a Shireen Abu Akleh: uccisa mentre raccontava quella che da settimane è la nuova battaglia di Jenin, tra palestinesi e forze armate israeliane. Insieme a lei c’era un altro giornalista palestinese di Al Jazeera, Ali Al Samoudi, che è stato ferito da un proiettile alla schiena, ma e ora è in condizioni stabili.

In alcune zone del mondo, soprattutto in Medio Oriente, ‘dal fare informazione al diventarla, il passo è tristemente breve’, fanno notare da anni diversi cronisti internazionali.

Per Al-Jazeera e il Ministero della Salute Palestinese, si è trattato di omicidio da parte delle forze militari di occupazione israeliana.
Le forze armate israeliane, dopo un iniziale rigetto di ogni responsabilità e aver suggerito con un tweet che la responsabilità potesse essere dei palestinesi, hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta.
Secondo la CNN, la ricostruzione dell’accaduto è ancora incerta, ma tre testimoni avrebbero raccontato che i due giornalisti sono stati colpiti dalle truppe israeliane e che non c’erano militanti palestinesi vicino a loro in quel momento.

Ricordo a tutte e tutti noi che l’omicidio di una giornalista durante un conflitto è un crimine di guerra. L’esatta dinamica di questa vicenda è ancora da appurare, ma certamente non può che portarci alla mente altri episodi molto gravi, penso all’assassinio del giornalista trentenne palestinese Yaser Murtaja, giornalista e fotografo palestinese di 30 anni, ucciso mentre stava documentando una protesta al confine tra la Striscia di Gaza e Israele.

Francesca Albanese, in qualità di Relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, ha dichiarato che il bilancio dei giornalisti palestinesi uccisi durante l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è di almeno venti, oltre cento i feriti, rammentando la necessità di un’inchiesta rigorosa e trasparente per assicurare alla giustizia i responsabili di questa e delle uccisioni precedenti.
Ma come se non bastasse questa terribile uccisione la situazione è poi purtroppo degenerata durante i funerali di Abu Akleh: la polizia israeliana è intervenuta con calci e manganellate durante il trasporto a spalla del feretro della giornalista e poi intervenuta nuovamente una volta che la bara è stata caricata sul carro funebre per rimuovere le bandiere palestinesi esposte sul durante il tragitto.
Il video dell’accaduto si può trovare su internet: sono immagini dolorose e inqualificabili. Si vede bene la bara che rischia di cadere a terra mentre chi la trasporta viene caricato. Violenza gratuita e ingiustificata, in poche parole non si è lasciata dignità a famiglia e comunità in lutto nemmeno durante un momento che doveva essere di commiato e rispetto per una vita spezzata mentre svolgeva un lavoro così prezioso.

Da questi banchi, voglio quindi esprimere solidarietà ai familiari, agli amici e a tutta la comunità che si sentiva rappresentata dal lavoro di Shireen Abu Akleh, così come a tutti i giornalisti e a tutte le giornaliste che ogni giorno, dai luoghi di guerra e dalle zone di conflitto, raccontano quanto accade in quei territori, rendendoci chiaro e palese che, ricordando le parole di Gino Strada:
‘Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra o buttare fuori gli uomini dalla storia’ “.