GUASTALLA (RE) – Sabato 30 maggio 2026 alle 18.30 inaugura al Palazzo Ducale di Guastalla (RE) la mostra “CinquantaNovecento” di Maurizio Galimberti. Un omaggio al capolavoro di Bernardo Bertolucci, attraverso le fotografie di scena di Angelo Novi, a cinquant’anni dall’uscita del film.
Dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Guastalla Paolo Dallasta e dell’Assessore alla Cultura Fiorello Tagliavini, a presentare la mostra, insieme al fotografo, in dialogo col curatore Andrea Casoli, interverranno Alessandra Moretti (Regie d’autore) che ha prodotto la video intervista a Galimberti realizzata appositamente per questo progetto, e Gloria Negri, che ha curato l’allestimento della mostra.
I 90 mosaici e ready-made Polaroid di Galimberti attualizzano, in un bianco e nero sorprendente, le scene del film Novecento (1976), che rappresenta uno dei risultati più significativi della collaborazione tra il direttore della fotografia Vittorio Storaro e il regista Bernardo Bertolucci.
Dopo il libro Progetto Emilia. Prime istantanee (Corsiero editore), nel quale aveva fotografato anche Guastalla, Maurizio Galimberti torna in Emilia. Le coincidenze, forse, non esistono: questa nuova mostra è ospitata proprio nel Palazzo in cui sono state girate alcune scene del film.
Quando ha trovato in asta su Finarte l’album con le fotografie di scena di Angelo Novi, che Bernardo Bertolucci aveva fatto realizzare appositamente per ciascuna delle persone della troupe del film Novecento, Galimberti si è subito incuriosito. “Man mano che vedevo quelle fotografie, è cresciuta in me l’emozione, sempre più, fino al punto di sentire che dovevo ‘mangiarmele’ con le mie Polaroid. Le immagini in bianco e nero di Novi avevano già metabolizzato il colore di Storaro e i miei ready-made le hanno rilette nel bianco e nero più contrastato e saturo della Polaroid”.
Accanto ai volti noti degli attori famosi che hanno recitato nel film, tra gli altri, Burt Lancaster e Romolo Valli, Laura Betti e Donald Sutherland, Robert De Niro e Dominique Sanda, Gerard Depardieu e Stefania Sandrelli, questo progetto fotografico riattiva la memoria e accende l’attenzione su momenti emozionanti del film e della storia del territorio emiliano, come le rivendicazioni e le lotte dei contadini e le dure condizioni di vita sotto il fascismo. Allo stesso tempo, Galimberti esalta con grande felicità artistica l’elemento positivo rappresentato dai bambini di cui coglie l’energia dei volti nei vari momenti della vita.
Una fotografia dopo l’altra, ci si ricorda del film e della storia di un territorio che poche altre opere d’arte hanno saputo ritrarre come il film Novecento di Bernardo Bertolucci.
“A completare questo progetto,” conclude Galimberti, “ho recuperato il ritratto che avevo fatto a Bernardo Bertolucci alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2003: lui era rimasto incuriosito dal mio modo di ritrarre in forma di mosaico e aveva accettato di farsi fotografare. Da poco era costretto in sedia a rotelle. Lavorammo in un silenzio magico, profondo. Le parole vennero dopo, a confermare la sintonia che si era manifestata durante il ritratto. Di uno dei massimi registi esistenti, autore di film che hanno fatto la storia del cinema, conservo il ricordo di un uomo semplice, in fondo, proprio come me.“
La mostra, il cui catalogo è pubblicato da Corsiero editore, è arricchita anche da un trittico della giovane fotografa Giorgia Ortalli, invitata da Galimberti a dialogare coi temi del capolavoro di Bertolucci, dal punto di vista delle nuove generazioni; e da una sala che raccoglie alcuni ritratti di cinema di Galimberti, tra mosaici e ready-made: Isabella Rossellini, Javier Bardem, Marylin Monroe, Monica Vitti, Raoul Bova, Valeria Golino, Johnny Depp (reinterpretato da Marco Lodola).
Infine, il progetto CinquantaNovecento si compone anche di un docufilm, realizzato appositamente, nel quale Maurizio Galimberti si racconta, attraversando la propria arte, con l’originalissima tecnica del “ready made”, donandoci un ricordo del rapporto con Bernardo Bertolucci e, soprattutto, con il film capolavoro Novecento, con la storia e l’arte dell’Emilia, di cui questo film è quasi un emblema. Il docufilm, prodotto e diretto da Regie d’Autore con Corsiero editore, sarà proiettato nella sala per gli audiovisivi di Palazzo Ducale, all’interno della mostra, e diffuso insieme al catalogo.
TESTO DI MAURIZIO GALIMBERTI NEL CATALOGO
Quando ho trovato in asta su Finarte l’album con le fotografie di scena di Angelo Novi, che Bernardo Bertolucci aveva fatto realizzare per ciascuna delle persone della troupe del film Novecento, mi sono subito incuriosito. Man mano che vedevo quelle fotografie, è cresciuta in me l’emozione, sempre più, fino al punto di sentire che dovevo “mangiarmele” con le mie Polaroid. Le immagini in bianco e nero di Novi avevano già metabolizzato il colore di Storaro e i miei ready-made le hanno rilette nel bianco e nero più contrastato e saturo della Polaroid.
Però, la magia della Polaroid per me non è mai stata soltanto un procedimento fotografico: è piuttosto un modo di stare al mondo. È il tempo che si accorcia, l’attesa che diventa respiro, l’immagine che nasce fragile e definitiva allo stesso istante. La Polaroid non concede appelli: ciò che accade davanti all’obiettivo resta lì, inciso nella materia sensibile, come un ricordo che decide di non sbiadire.
La mia fotografia è la mia vita, perché ogni scatto è un gesto di presenza, un atto di fiducia nel momento che sto vivendo. Fotografare in Polaroid significa accettare l’imperfezione come linguaggio, il caso come alleato, l’errore come rivelazione. In quel rettangolo piccolo e silenzioso ritrovo una verità che mi somiglia: vulnerabile, intensa, irripetibile. È una fotografia che pulsa, che trattiene l’adrenalina del mio vivere e allo stesso tempo la calma necessaria per ascoltarmi. Ogni Polaroid è una ferita lieve e una carezza, una prova tangibile del mio passaggio.
Le Polaroid che realizzo, a colori o in bianco e nero, nascono da un dialogo costante con la semplicità dell’inquadratura. Mi interessa togliere, ridurre, arrivare all’essenza. Gioco con la sovrapposizione, con la sottoesposizione, lasciando che le ombre parlino quanto la luce. A volte le immagini diventano più poetiche, sospese, quasi sussurrate; altre volte si fanno più drammatiche, dense, come un nodo alla gola.
In ogni caso sono immagini necessarie, immagini che mi tengono vivo. Il mio amore per il ready-made non è una scelta: è una necessità. Un’urgenza che nasce davanti alle immagini degli altri, come queste di Angelo Novi, quando sento che non posso lasciarle stare, che devo toccarle, attraversarle, contaminarle. Reinterpretare non è citare, è sopravvivere. È l’unico modo che conosco per calmare l’ossessione che mi abita. Riciclo immagini come si riciclano i sogni.
Italo Calvino lo sapeva: nulla è davvero nuovo, tutto è leggero solo perché ha già vissuto altre vite.
Le immagini tornano, si moltiplicano, si reincarnano. Io mi infilo in questo ritorno, prendo ciò che esiste già e lo costringo a fermarsi, a respirare al mio ritmo.
Il ready-made di Duchamp mi ha insegnato che basta uno spostamento minimo per cambiare il mondo, che l’atto mentale può essere più violento del gesto. Man Ray ha fatto scivolare quell’atto nel desiderio, nell’ambiguità, nell’errore fertile. Da loro ho imparato che l’immagine non va creata: va ferita, scelta, dichiarata.
La Polaroid è il punto in cui tutto sanguina. La sua materia non è superficie, è carne. Ogni scatto è una fuoriuscita: il mio sangue che diventa fotografia e si deposita dentro il ready-made. L’immagine che fotografo smette di essere intoccabile; viene attraversata, contaminata, messa in circolo da un corpo che è il mio.
La Polaroid non riproduce: coagula. Trattiene il tempo mentre si forma, lascia che l’immagine soffra, che affiori lentamente, come una ferita che decide se chiudersi o restare aperta. In quel processo l’ossessione si placa, perché l’immagine non è più solo memoria o citazione, ma presenza viva, fragile, unica.
Il mio ready-made è un atto di amore estremo. Non distrugge ciò che tocca, lo incorpora. È un dialogo muto con chi è venuto prima di me, un corpo a corpo con la storia dell’arte, in cui l’immagine degli altri continua a vivere solo perché io le presto il mio sangue, il mio tempo, il mio sguardo.
Ecco, dunque, CinquantaNovecento: un progetto per rivivere, attraverso le meravigliose immagini di Angelo Novi, il film capolavoro di Bernardo Bertolucci e quella stagione difficile e violenta della storia italiana, che è il cuore del secolo scorso.
Per un idealista come me, la politica è proprio un territorio estraneo, lontano dal mio carattere. Infatti, negli anni Settanta mi son tenuto alla larga dalla militanza e dalla contestazione giovanile. Però, ricordo di aver visto Novecento poco dopo che era uscito e, al di là delle questioni ideologiche che mette in campo, il film mi emozionò molto soprattutto per il modo in cui raccontava la vita dei contadini, rappresentandone, senza fare sconti, la durezza. Mi aveva colpito la forza con cui Bertolucci ci mette di fronte alla violenza del fascismo e della sopraffazione dei “padroni”, così come al coraggio dei contadini che vi si oppongono per sopravvivere e per conquistare la libertà.
La violenza degli anni Settanta riguarda anche un altro mio libro, Uno sguardo nel labirinto della storia, in cui, grazie alla collaborazione con Paolo Ludovici, ho dialogato con immagini iconiche di quegli anni: Napalm Attack di Nick Ut, la foto emblema del massacro alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, quella del terrorista che spara in via De Amicis a Milano, quella storica del rapimento di Aldo Moro, infine, quella di un bimbo cambogiano imprigionato dal regime di Pol Pot. Anche lì, come in questo CinquantaNovecento, sono le condizioni di fragilità ad attrarre maggiormente la mia attenzione. Negli scatti di Angelo Novi, ad esempio, mi hanno commosso i bambini, prime vittime della povertà e della violenza, eppure portatori di positività a dispetto di tutto quello che accade loro intorno.
A completare questo progetto, ho recuperato il ritratto che avevo fatto a Bernardo Bertolucci alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2003: lui era rimasto incuriosito dal mio modo di ritrarre in forma di mosaico e aveva accettato di farsi fotografare.
Da poco era costretto in sedia a rotelle. Lavorammo in un silenzio magico, profondo. Le parole vennero dopo, a confermare la sintonia che si era manifestata durante il ritratto. Di uno dei massimi registi esistenti, autore di film che hanno fatto la storia del cinema, conservo il ricordo di un uomo semplice, in fondo, proprio come me.
MAURIZIO GALIMBERTI, CinquantaNovecento
Un omaggio al capolavoro di Bernardo Bertolucci, attraverso le fotografie di scena di Angelo Novi
INAUGURAZIONE 30 maggio 2026 ore 18.30
Palazzo Ducale via Gonzaga 16, Guastalla (Re)
30 maggio – 4 ottobre 2026








