25 aprile in Piazza Nettuno a Bologna

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I discorsi di Istituzioni e Anpi davanti al Sacrario dei Caduti Partigiani

BOLOGNA – Intervento di Raffaele Donini, in rappresentanza della Giunta della Regione Emilia-Romagna

Innanzitutto, un saluto a tutti i presenti,

Ai rappresentanti delle Istituzioni, Sindaco di Bologna Matteo Lepore; alle Autorità civili e militari, all’Anpi e alla sua Presidente Provinciale Anna Cocchi ovviamente. Associazione Nazionale Partigiani Italiani, a cui tutta la mia famiglia è orgogliosamente associata da sempre e alla quale anche io vorrei esprimere il più affettuoso sentimento di solidarietà e vicinanza per i vili attacchi subiti in questi giorni; alle altre associazioni presenti; alle rappresentanze dei Partiti che oggi più che mai ritengono giusto e opportuno ritrovarsi qui, in questa piazza. A tutti voi, cittadini, riuniti qui oggi non solo per celebrare il 77’ anniversario della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista, ma per interpretare e rappresentare, il grande desiderio di Pace di tutta la nostra comunità cittadina.

Questo luogo, in cui celebriamo dopo 77 anni il sacrificio di chi – lottando fino a dare la propria vita – ci permette da quasi 80 anni di vivere pienamente la nostra libertà individuale e collettiva, ha proprio in questa piazza due luoghi-simbolo che ben rappresentano la difficoltà di una conquista così importante per i destini personali e del Paese intero.

Uno è il balcone del Comune di Bologna, da cui, 77 anni fa, il sindaco Giuseppe Dozza, il Presidente regionale del CLN Antonio Zoccoli e il prefetto Gianguido Borghese si affacciarono per il saluto a tutti i cittadini, un saluto che era una festa per la libertà ritrovata, per la fine della Guerra, per la vittoria partigiana e patriottica antifascista.

Quasi fosse la cancellazione, anche simbolica, del delirio che si consumò cinque anni prima da un altro balcone a Roma a Piazza Venezia, nel quale dalle parole di un dittatore che mai nessuno dovrebbe osare nemmeno tentare di riabilitare, Benito Mussolini, era cominciata la disastrosa guerra degli Italiani, per la cieca e cinica ambizione imperialista del regime fascista, per l’inettitudine di una monarchia vile e sterile, entrambi goffi, deboli e impacciati servitori della Germania nazista di Hitler.

Pochi passi più in là, il sacrario dei partigiani, luogo-simbolo del sacrificio, quello che i fascisti chiamavano barbaramente “posto di ristoro dei partigiani”, il posto in cui molti dei resistenti furono fucilati e dove ora, da quei volti, è testimoniato l’amore per la Libertà, per la Democrazia, per la Pace.

Fra quei volti c’è mio nonno, che né io né mia madre abbiamo mai potuto conoscere, poiché mori a soli 25 anni pochi mesi dopo la fine della Guerra a seguito delle ferite di uno degli ultimi conflitti a fuoco nelle colline samoggine fra Bologna e Modena.

Mi sono state riportate più volte le sue ultime parole. “Muoio da uomo libero in un Paese libero, per la vostra Libertà”. Aveva 25 anni.

Dopo 77 anni sappiamo bene, oggi più che mai, che la libertà è una continua conquista, che va rinnovata ogni giorno, guai a pensare che si affermi indipendentemente dal presidio democratico che ognuno di noi è chiamato ad esercitare in difesa delle Istituzioni democratiche rappresentative della volontà popolare, del principio della separazione dei poteri dello Stato, della libera espressione del proprio pensiero e del pensiero altrui.

Oggi la guerra in Ucraina, nel cuore dell’Europa, che giustamente ci indigna per la grande crisi umanitaria in corso, per le distruzioni di intere comunità, per i genocidi perpetrati, ci deve interrogare sul senso e sulla tenuta dei nostri valori democratici, contenuti nella Costituzione della Repubblica Italiana.

Nella prima parte dell’art 11 della Costituzione Italiana si sancisce un principio non equivocabile: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Ripudia non significa che non contempli direttamente o indirettamente l’adesione a un conflitto bellico. Ripudia significa molto di più. Ossia che la guerra debba essere considerata come il male assoluto e non considerata, ma appunto respinta, ripudiata, quale mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e sostituita con azioni diplomatiche concertate nelle sedi europee e mondiali.

Oggi dobbiamo stare uniti nella condanna alla guerra, nella condanna senza alcuna esitazione dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, nella condanna a tutte le guerre e a tutti i genocidi che ci sono nel mondo. Coltivare anche in questa drammatica situazione ogni possibile traiettoria diplomatica.

Offrire come stiamo facendo soprattutto in Emilia – Romagna, accoglienza e aiuti umanitari alle migliaia di profughi, soprattutto donne e bambini, che sono giunti nel nostro territorio.

Su questo punto, che esprime più di ogni altra cosa il nostro senso di umanità e generosità, consentitemi tre ringraziamenti: innanzitutto ai Comuni e alla Protezione Civile che, come ogni volta, sono in prima linea per coordinare aiuti umanitari e politiche di accoglienza e integrazione.

Insieme a loro, la Regione sta producendo un grande sforzo organizzativo e umanitario.

Ovviamente un ringraziamento alle famiglie che si stanno facendo carico di accogliere la gran parte dei profughi ucraini nelle loro case.

Sono stato testimone di alcune di quelle forme di accoglienza e ho capito che il legame che si instaura fra chi scappa dalla morte e dalla distruzione della propria città e chi apre la porte della sua abitazione per accogliere quelle persone, sarà un legame che durerà per sempre, un seme di pace e solidarietà, che darà frutto anche a vantaggio delle future generazioni.

Infine, vista la responsabilità che ricopro nell’amministrazione regionale per la Sanità, consentitemi di rivolgere un ringraziamento particolare a tutti i nostri operatori sanitari, che dopo due anni e mezzo di pandemia, piegati ma non spezzati dalle fatiche di quell’impatto devastante, sono rimasti a disposizione per accogliere e curare decine di bambini malati gravi, i cui ospedali in Ucraina sono stati bombardati e ora sono nelle migliori condizioni di essere ricoverati nei nostri ospedali come i bambini italiani.

Io ho incontrato quei bambini, le loro mamme. Ho visto nei loro occhi l’orrore della guerra, la preoccupazione per i loro uomini ancora impegnati in battaglia, la fiducia in uno dei sistemi sanitari migliori al mondo che ora si prende cura dei loro piccoli.

La nostra umanità sarà sempre la migliore risposta alla guerra.

Infine, la memoria.

77 anni sono almeno tre generazioni che sono trascorse. Ciò che ci è rimasto dentro, per l’affermazione dei valori della Pace, della Libertà, della Democrazia, deve essere trasmesso ai più giovani.

La Scuola deve sempre più avere al centro della propria programmazione gli eventi che sconvolsero il Novecento e che diedero vita a due guerre mondiali, alle leggi razziali, all’olocausto, alla lotta partigiana e alla nostra Costituzione.

Proprio quest’anno, in cui ricorrono i 100 anni dalla marcia su Roma che portò poi alla dittatura fascista, occorre studiare il contesto economico e sociale di quel periodo per comprendere come non sia garantita a prescindere la democrazia e quali siano i veri presupposti per i quali si formino i regimi autoritari che oggi governano più della metà delle donne e degli uomini del nostro pianeta.

Per dare un senso ai mutamenti del nostro tempo. Per dare un senso alle parole del nostro vocabolario quotidiano, per dare un senso alla libera espressione del nostro pensiero.

Poiché anche qui, per esperienze personali vissute direttamente, e soprattutto da qui, da questo palco, vorrei richiamare il disgusto e l’amarezza che abbiamo vissuto per due anni, quando, nel baratro dell’ignoranza, nel corso delle fasi più drammatiche della pandemia, si accostavano le dolorose restrizioni alla vita sociale dei cittadini per tutelare la salute pubblica, oppure la campagna vaccinale che ha salvato la vita di centinaia di migliaia di persone più fragili, alle dittature fasciste e naziste, ai campi di concentramento. Frasi deliranti come l’epiteto di “dittatura sanitaria”.

Vergogna. L’ignoranza è il terreno ideale per coltivare la menzogna.

Lo chiedano a chi è sotto ai bombardamenti, o a chi è torturato perché dissidente con i vari regimi dittatoriali, se sentissero il medesimo soffio della morte sul collo sulla base di politiche incentivanti una vaccinazione salvavita. Si informino da chi le vere dittature le sperimenta quotidianamente, nelle quali la vita dei più fragili non vale nulla.

Nella giornata in cui celebriamo la Liberazione e ribadiamo l’assoluto valore della Pace, la nostra condanna a tutte le guerre, la Memoria è indispensabile per continuare a distinguere che nella tragedia della Seconda guerra mondiale ci fu chi scelse di stare dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata.

La Resistenza fu la scelta giusta. L’antifascismo fu la scelta giusta.

È la parte giusta, quella di chi scelse di stare dalla parte della difesa del valore della libertà, contro ogni forma di fascismo, di nazismo, di dittatura, di violenza, di razzismo.

Ecco perché, come Regione Emilia-Romagna, ci siamo dati uno strumento concreto, che è la legge regionale per la Memoria del Novecento.

La Regione con questa legge promuove e sostiene progetti che abbiano lo scoop di mantenere viva, rinnovare, approfondire e divulgare la memoria degli sconvolgimenti più cruenti e significativi del novecento per le generazioni attuali e future.

Ma la Memoria si preserva solo se non si appoggia esclusivamente sulle spalle delle Istituzioni, ma se vive nel cuore grande di una famiglia, di una comunità, di un popolo.

Oggi, tra pochi minuti, la giornata delle celebrazioni per il 77° Anniversario della Liberazione prosegue con l’evento “La resistenza spiegata ai bambini” all’Istituto storico Parri, per i bambini dai 6 ai 10 anni.

Anche questo è fare memoria, questo è costruire Pace, questo è il cuore grande di Bologna e dell’Emilia-Romagna.

Viva la Resistenza e la Libertà

Viva la Pace

Viva la Democrazia.

Intervento della presidente Anpi di Bologna Anna Cocchi

Buongiorno e grazie di cuore per essere intervenuti così numerosi.

È sempre un’emozione e una responsabilità parlare davanti al Sacrario dei Caduti. Ma, accanto alle foto dei partigiani e delle partigiane, c’è anche la lapide dedicata alle 85 vittime della strage del 2 agosto 1980, a ricordarci che il fascismo non ha smesso nel 1945 di mietere vittime e seminare terrore. Per questo desidero aprire il mio intervento di oggi ringraziando con tutto il cuore gli avvocati di parte civile e l’Associazione dei Famigliari delle vittime che in tutti questi anni non si sono mai arresi, hanno sempre chiesto giustizia e preteso di conoscere la verità. La sentenza delle scorse settimane è un risultato importante, di cui tutta la città va fiera e dimostra in maniera inequivocabile la potenza di un disegno eversivo e di terrore, confermando la matrice fascista della strage. Ho sentito spesso Paolo Bolognesi ringraziare la città di Bologna per la vicinanza e il sostegno che ha sempre dato al loro lavoro. Voglio dirgli che è stato abbastanza facile per noi essere vicino a lui e a tutti i famigliari nella loro indefessa ricerca di giustizia, perché l’associazione è sempre riuscita a tracciare la rotta da seguire, ha sempre tenuto la barra ben salda nella direzione giusta. Grazie quindi a lui e a Torquato Secci primo presidente dell’Associazione. Sappiano i famigliari delle vittime che Bologna sarà sempre a fianco dell’Associazione e che potranno sempre contare sul senso civico di una città Medaglia d’oro alla Resistenza e Medaglia d’oro al valor civile, conferitale proprio a seguito dello straordinario impegno profuso in occasione della strage. E ancora grazie Paolo per esserti battuto, quando sei stato parlamentare, per ottenere l’istituzione del reato di depistaggio: è anche grazie a te che sono stati condannati gli assassini di Stefano Cucchi e chi ha tentato di proteggerli con un’ignobile azione di depistaggio, appunto.

Ci ritroviamo, finalmente in tanti e tante, a festeggiare l’Anniversario della Liberazione, ricordando con affetto ed eterna riconoscenza i nostri cari partigiani e le nostre care partigiane che scelsero di battersi contro il nazifascismo. Ricordiamo gli antifascisti della prima ora, che pagarono con il carcere, l’esilio, il confino e la vita la loro scelta di campo e i tanti che si convinsero a scegliere da che parte stare solo dopo l’8 settembre, di fronte all’evidenza di un Paese martoriato, segnato da fame, lutti e distruzione. Onoriamo le migliori menti del tempo come Antonio Gramsci, Piero Gobetti, don Minzoni, Giovanni Amendola … mi fermo ma sappiamo bene che l’elenco potrebbe continuare ancora molto a lungo … menti che furono esempio e guida per tanti giovani e ragazze che misero la loro vita, i loro corpi, le loro idee tra la storia tremenda che stavano vivendo e il futuro che stavano progettando.

Il pensiero grato va alle tante donne che nella Resistenza sperimentarono per la prima volta la possibilità di decidere autonomamente senza la potestà di padri e mariti, mettendo per la prima volta a dimora i semi di quella parità che impiegherà tanto tempo e fatica a germogliare.

In ogni antifascista e in ogni partigiano c’era la consapevolezza che stavano lottando per la pace e che il loro era un impegno per un futuro migliore, per un mondo diverso e più giusto, caratterizzato da solidarietà, fratellanza, libertà e giustizia. Erano consapevoli che antifascismo è sinonimo di democrazia, che battersi contro il fascismo significa battersi per la giustizia e per la libertà. Hanno combattuto, sono stati imprigionati, torturati e uccisi ma, hanno progettato e messo i loro ideali nella concreta sostanza della nostra bellissima Costituzione. Nei lunghi mesi passati alla fame e al freddo, nel pericolo, lontani dagli affetti più cari, si è formata una classe politica che discuteva, elaborava pensieri e progettava un mondo nuovo, una società più giusta, arrivando ad esprimere con il partigiano Sandro Pertini, anche un Presidente della Repubblica. La nostra è una Costituzione nata dal sangue e dalla sofferenza, non dal tecnicismo di accademici o da lavori di segreteria.

Per questo la Resistenza è un patrimonio comune e non più di una parte politica, un patrimonio nel quale tutte le persone democratiche si possono riconoscere. Perché è da lì che è nata la nostra Costituzione.

Permettetemi di rileggere l’articolo 3

Tutti i cittadini hanno parti dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla vita economica e sociale del Paese.

I nostri padri e le nostre madri costituenti erano mossi da ideali alti e purissimi, ma non erano certo degli ingenui. Erano del tutto consapevoli che i cittadini non sono uguali e per questo hanno impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli.

Il fatto è che, con molta probabilità, non era certo questo il mondo che i nostri partigiani avevano immaginato. Perché, nel tempo, soprattutto negli ultimi anni, le diseguaglianze si sono inasprite e il mondo è diventato sempre più ingiusto. La pandemia ha reso i ricchi ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri. Citando la pandemia non posso non fare riferimento all’ignobile buffonata dei no vax mascherati con la casacca a righe degli ebrei prigionieri nei lager nazisti. Con un solo gesto queste persone sono riuscite ad offendere la tragica memoria della Shoah mandando contemporaneamente un messaggio chiarissimo: se uso quel simbolo per delle buffonate quel simbolo perde subito di significato.

Dicevo di un mondo più ingiusto. Ma, come ci ha ricordato il nostro presidente Sergio Mattarella, le disuguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita ma sono il freno per ogni prospettiva reale di crescita. Ci si salva tutti assieme, si esce dalle crisi tutti assieme e nessuno deve restare indietro.

Invece, per la prima volta dal dopoguerra, l’attuale generazione sa che sarà più povera di quella precedente: non era mai accaduto prima. Quelli che per i loro genitori erano diritti e speranze, per i giovani sono solo sogni: un lavoro sicuro che permetta di fare progetti, la possibilità di avere dei figli, una casa. Per i giovani e le ragazze la parola pensione ha un unico significato: quello di un piccolo albergo a conduzione famigliare in riviera.

La crisi climatica ed ecologica sta rendendo aridi i campi e sterili i mari in ogni parte del mondo, compresa la nostra. L’ascensore sociale, messo in moto dalla scuola, si è bloccato da tempo: si laureano solo i figli di laureati e accedono alle professioni solo i figli di professionisti. La didattica a distanza ci ha fatto perdere per strada molti minori poveri. Il soffitto di cristallo che inchioda ancora moltissime donne è sempre lì, così come le differenze di salario e di riconoscimento sociale. E in quanto al “senza distinzione di razza” vorrei ricordare che il 3 aprile più di 90 persone sono morte in un naufragio mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo fuggendo dalla Libia. Sono più di 6 mila le persone arrivate in Italia via mare nel 2022, ma sono scomparse dalle prime e dalle seconde pagine dei giornali. E oggi il trattamento discriminatorio nei loro confronti è ancora più evidente: il 31 marzo il governo ha approvato il decreto Ucraina che permetterà ai profughi già arrivati in Italia di ottenere una protezione temporanea. Una possibilità riservata solo a chi ha la nazionalità ucraina escludendo, tra l’altro, gli stranieri che vivevano in quel Paese per motivi di lavoro o di studio, anche loro in fuga dalla guerra.

Se allarghiamo ancora un po’ lo sguardo, vediamo con timore che sono tante le formazioni politiche che si richiamano a ideali nefasti, a partire dal razzismo e dal nazionalismo che, per una sorta di ultimo pudore, hanno cominciato a chiamare sovranismo. Ricordiamocelo bene tutti: il nazionalismo è un elemento essenziale dei fascismi storici. Non solo: il nazionalismo è la guerra. Lo abbiamo visto in Bosnia, lo stiamo vedendo tutt’ora nella martoriata Ucraina. L’invasione russa dell’Ucraina, oltre ad essere un crimine gravissimo e una scelta scellerata, rappresenta un retrocedere della storia ed ha fatto saltare l’ordine e la sicurezza europea del secondo dopoguerra. Quando questa carneficina di vittime innocenti prima o poi finirà, il mondo non sarà più lo stesso perché in questa orribile guerra è in gioco l’identità stessa dell’Europa. Ma il nemico dell’Europa non è solo a Mosca ma è in tutti i progetti di estrema destra che minano le fondamenta della coesistenza, riproponendo aggressivi egoismi nazionali.

È stato sottolineato da più parti che la guerra ho origini lontane. Questo forse può aiutare a comprendere ma il male deve essere fermato e deve essere fermato perché ora al potere c’è la disumanità. Dobbiamo essere convinti che il male va fermato per tutto i disastri, i lutti, le violenze che sta provocando. Si tratta di un’invasione spietata ad uno stato sovrano che ha prodotto, fino ad ora, 11 milioni tra profughi e sfollati interni. Una guerra condotta a spese e sul corpo vivo del popolo ucraino. Ed è l’intero popolo ucraino che sta resistendo.

Sono orgogliosa dell’accoglienza che stiamo riservando alla popolazione ucraina che scappa dall’orrore. Chiunque abbia responsabilità educative sa bene che si educa con l’esempio e il nostro Paese, con questo gesto, sta insegnando ai bambini la solidarietà.

Quanto ci manchi caro Gino, tu che le vittime innocenti dei conflitti le hai conosciute bene, curandole e guardandole negli occhi. Tu che non hai mai usato giri di parole per definire mentecatti chi nel nostro secolo pensa di risolvere i conflitti con la guerra. Quanto ci manca il tuo pensiero limpido caro David, non era certo questa l’Europa a cui pensavi quando prendevi a picconate il muro di Berlino e quando ci hai resi così orgogliosi presiedendo il parlamento europeo.

L’inasprimento delle disuguaglianze, la guerra, con tutto il corredo di morti, distruzione, miseria, stupri e il risveglio di fantasmi mortiferi, ci devono indurre a pensare che i nostri partigiani erano degli illusi? Che credere che sia possibile un mondo migliore e più giusto, sia un’illusione?

Ci ostiniamo a credere che no, non erano degli illusi.

Per questo occorre prendere in mano il testimone che ci è stato lasciato con forza e determinazione e assumerci tutta la responsabilità dell’eredità che ci è stata consegnata perché ha ancora senso essere antifascisti oggi, a 77 anni di distanza dalla Liberazione. Perché è vero che il fascismo storico non c’è più ma, il fascismo eterno di cui ci ha parlato Umberto Eco, è sempre in agguato.

Non solo. È importante essere antifascisti oggi per arrivare alla piena applicazione della Costituzione, dato che ancora non è stata attuata in diversi aspetti essenziali. Chi accusa la Costituzione di aver perso di attualità, lo fa solo per nascondere la responsabilità politica della mancata attuazione. Occorre battersi per la piena applicazione della Costituzione partendo dai capisaldi: i diritti, la solidarietà, la dignità. Dignità: un’altra parola cardine dell’articolo 3

Dignità significa azzerare le morti sul lavoro. La sicurezza sul lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore della vita stessa e, aggiungo, mai più tragedie che coinvolgano gli studenti nei percorsi scuola-lavoro.

Dignità è opporsi al razzismo e all’antisemitismo. La nostra Costituzione è antifascista e chi è antifascista è necessariamente antirazzista.

Dignità è impedire la violenza sulle donne e non costringerle a dover scegliere tra lavoro e maternità. Dignità è diritto allo studio e lotta all’abbandono scolastico, annullamento del divario tecnologico e digitale, emerso con così tanta evidenza con la didattica a distanza.

Dignità è contrastare la povertà. Nel nostro tempo si è poveri anche se si lavora, quando il lavoro è precario, occasionale, sommerso.

Dignità è un Paese dove le carceri non sono sovraffollate e dove sia assicurata la possibilità di reinserimento sociale dei detenuti. Dignità significa un Paese libero dalle mafie, attento ai bisogni dei disabili.

La dignità è la pietra angolare della nostra passione civile e del nostro impegno.

Per arrivare alla piena applicazione della Costituzione – l’unica vera rivoluzione come non manca di ricordarci il caro amico Carlo Smuraglia – è necessario che il testimone passi di mano ai giovani e alle ragazze, non certo per delegare ad altri delle responsabilità ma perché basta ascoltarli per scoprirli propositivi, capaci di trasmettere idee e pensieri. Hanno voglia di impegnarsi, di assumersi delle responsabilità. E sono gli interlocutori ideali per arrivare alla piena applicazione della Costituzione proprio perché vivono sulla loro pelle tutti i giorni il malessere dovuto all’erosione dei diritti in atto da troppo tempo ormai. C’è una forza che bolle sotto i loro piedi e dobbiamo essere capaci di dare loro lo spazio e gli strumenti per incanalarla. C’è un disperato bisogno di tornare a parlare di diritti a cominciare dal diritto al lavoro e di diritti nel lavoro. Ricordo che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro ma, ancora una volta, un lavoro giusto non certo sullo sfruttamento e sul ricatto.

Ho sottolineato diverse parole nel corso dell’intervento. Voglio soffermarmi ancora su due. La parola solidarietà, imprescindibile per la realizzazione di un mondo più giusto perché senza solidarietà, come ci ha ricordato il nostro presidente Sergio Mattarella, non esiste una vera comunità in cui vivere e convivere.

E l’altra parola è umanità e mi è utile per ricordare la mia cara amica Carla Nespolo che ha avvicinato tanti giovani all’Anpi proponendo loro l’umanità al potere.

Si è parlato molto di Anpi negli ultimi giorni. Dico solo una cosa: l’Anpi è la casa di tutti gli antifascisti perché l’Anpi è dalla parte della Costituzione.

Viva la Resistenza e buon 25 Aprile!