BOLOGNA – Il sindaco Matteo Lepore è intervenuto in apertura del Consiglio comunale di oggi in ricordo di Federico Enriques.
“Grazie, Presidente.
Ringrazio anche i gentili consiglieri e consigliere che sono qui con noi oggi e un saluto affettuoso ai familiari, in particolare a Giovanna, Irene, Luca che sono qui al mio fianco e le altre persone che oggi sono presenti nell’Aula del Consiglio.
Siamo qui insieme per onorare la memoria di Federico Enriques. Credo il primo momento pubblico che la città ha deciso di dedicare a lui. Infatti la sua scomparsa non priva solo Bologna di uno dei suoi cittadini più illustri, ma sottrae all’intera comunità nazionale un testimone di una stagione in cui l’impresa e la cultura hanno camminato assieme con l’obiettivo di costruire una cittadinanza più consapevole.
Federico Enriques non è stato solo un editore, ma è stato, per come lo voglio ricordare, soprattutto un costruttore di democrazia attraverso la diffusione del sapere. Un uomo di cultura a tutto tondo, che per molti di noi è stato un amico, una personalità, una figura che anche nel privato non ha mai fatto mancare a noi lo stimolo a ricercare la cultura come radice fondamentale del nostro stare insieme e della nostra democrazia, appunto. È stato a suo modo un imprenditore capace di curare l’ambiente di lavoro con metodo inclusivo e lungimirante, facendo della Zanichelli non un luogo utopico, ma un ambiente ricco di profondità, di legami, di vita e di capacità creativa.
Per lui il libro era uno strumento sociale, un mezzo per abbattere i muri e ha vissuto la sua vita con una pacatezza ferma, con quella discrezione tipica di chi non aveva bisogno di gridare per essere ascoltato. Federico è entrato nella storia della casa editrice Zanichelli negli anni ’60, guidandola per quasi cinquant’anni come Direttore generale e amministratore delegato. Sotto la sua direzione, la casa editrice di via Irnerio a Bologna, anche se leggendo la storia della casa editrice, appunto, è nata nel secolo precedente a Modena e poi si è trasferita, è diventata un punto di riferimento insostituibile per la scuola italiana, la scuola pubblica, e per il mondo accademico. È stato lui a curare e a far crescere opere che hanno alfabetizzato generazioni di italiani e di italiane. Dal vocabolario Zingarelli ai grandi dizionari di lingue, ai manuali scientifici, a quelli giuridici. Ho fatto un viaggio accompagnato da Irene all’interno della casa editrice e ho visto personalmente quanto i vari appartamenti, i vari luoghi, rappresentino fisicamente anche il portato storico e allo stesso tempo familiare come ambiente di lavoro di questa casa editrice. Nella sua opera “Castelli di carte”, che è in qualche modo un’opera collettiva fatta da chi lavora e ha attraversato la storia della casa editrice, lui ha ripercorso appunto una storia di un’impresa familiare, definendo il mestiere dell’editore come un lavoro di ascolto e di mediazione. Un compito che, diceva spesso, era dedicato non solo a fare, ma a convincere gli altri a fare. Una capacità di coordinare talenti altrui, che è stata la chiave del successo del suo lavoro, ma anche il riflesso della sua visione del mondo. Una società dove ognuno metta a disposizione le proprie competenze al servizio di un progetto collettivo. Non ha mai preteso di essere un uomo solo al comando, ma amava ricordare le figure che avevano forgiato il suo modo di essere editore. Come Delfino Insolera, che insegnò a lui l’audacia di scommettere sul futuro della scuola e il rigore della scienza, e Umberto Tasca, il grande maestro della redazione. Di Tasca, Federico portava nel cuore una lezione di stile civile, come ebbe modo di scrivere. L’idea che si debba servire un’istituzione con umiltà e saper fare un passo di lato quando è il momento, mettendo sempre l’interesse della collettività davanti al proprio orgoglio. Accanto a loro voglio anche ricordare un compagno di viaggio, Gianni Sofri, che è stato anche Presidente di questo Consiglio Comunale, che nel ricordare Federico ha detto a me e ad altri, e lo ha anche scritto “è stato il regista invisibile di un progetto che metteva la dignità del lettore al centro di ogni scelta”.
In questa sede ricordare il ruolo di Enriques è importante anche nel farlo, evidenziando che è stato Senatore della Repubblica eletto nel nostro territorio. Il suo contributo nel dibattito cittadino è stato fondamentale per risvegliare anche la sinistra che aveva perso nelle urne, che per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale si doveva ricostruire un rapporto con la società civile e la comunità. Federico erano animato soprattutto due grandi passioni sportive che ne rivelavano il carattere: la bicicletta e il basket. La bicicletta era per lui il simbolo della costanza, amava la fatica del ciclista, quel pedalare metodico che ti permette di coprire grandi distanze un colpo alla volta. In questo sport ritrova il valore della tenacia, uno dei cardini del suo decalogo etico. Ebbe il merito, mi ha raccontato Gianni Sofri, di scalare il passo dello Stelvio, che ha quasi novanta tornanti, sicuramente una delle più grandi imprese che si possa compiere anche fisicamente. Il basket invece era una passione bolognese per eccellenza. Era di questo un osservatore attento degli schemi di gioco, ha scritto, anche, credo, in diversi momenti della sua vita, pubblicamente di basket. Questo schema di gioco era per lui la visione di insieme necessaria per vincere e allo stesso tempo il basket come la gestione editoriale o la politica, una questione di ritmo, di posizionamento e soprattutto di fiducia nei propri compagni di squadra. Questi sport non erano semplici hobby ma metafore del suo modo di stare nel mondo: rigore individuale e coordinamento collettivo. Devo a Irene, che è qui al mio fianco, la conoscenza di un decalogo molto importante redatto da suo padre. Pochi criteri etici che scrisse per la sua casa editrice. Parole che oggi suonano come una lezione di etica pubblica. Metteva al primo posto la lealtà e la sincerità, con un tocco di rara umanità. Scriveva che la sincerità non deve mai trasformarsi in protervia e che talvolta mezze verità si traducono in gentilezza, non in ipocrisia. Per Federico l’equità era più importante della semplice legalità. Un valore che gli stava particolarmente a cuore era poi la cortesia, come chiunque lo abbia conosciuto poteva notare. Sosteneva che in fondo non costava nulla ma produceva molto in chi la riceveva e che la prontezza nella risposta poteva attutire l’impatto anche di un necessario “no”. Era un uomo che credeva nel mercato aperto, rifiutando ogni logica monopolistica, convinto che altri potessero fare meglio e che questa consapevolezza doveva spingere a migliorarsi costantemente. Sapeva anche essere generoso oltre ogni logica di mercato, quando poteva aiutare un nuovo autore o persone a lui vicine. Mi è capitato di leggere, subito dopo la sua scomparsa, una testimonianza di un autore che agli albori della sua carriera, nell’editoria scolastica ha ricordato come fu indirizzato dallo stesso Enriques a un editore concorrente, perché Zanichelli per ragioni di catalogo non avrebbe potuto pubblicarlo. In quel gesto c’è quel Federico che riteneva l’interesse prevalente del lavoro da editore a far circolare idee e cultura, mettendo il lettore davanti a tutto. In questi giorni i figli ci hanno restituito l’immagine di un padre curioso e molto moderno. Luca ha ricordato, in un suo scritto, come Federico volesse sapere come funzionano le cose e che questa fosse curiosità, ma una legge, un meccanismo tecnico. Irene ci ha ricordato la sua sensibilità democratica.
Fu lui a ideare il nome di “Piuma” per i libri scolastici più leggeri. In famiglia, come in azienda, Federico era l’uomo della laicità e del rispetto. Non imponeva la sua visione, ma la offriva come spunto di interesse. Amava la montagna dove ritrovava quel silenzio necessario per pensare e portava nella discussione la sua ironia sottile e mai tagliente.
Federico Enriques lascia quindi un’eredità che va ben oltre i cataloghi editoriali o i verbali del Senato. Ci lascia l’idea che l’imprenditore, l’uomo politico, debbano essere prima di tutto servitori della cultura e della coesione sociale, come recita la nostra Costituzione. Il suo castello di carte non crollerà, perché è costruito, quindi, su fondamenta solide di onestà intellettuale e amore per la conoscenza. Valori che oggi ricordiamo e che nel ricordare intendiamo onorare, come Sindaco l’ho proposto al Consiglio, assegnando alla sua memoria anche il riconoscimento della Turrita d’argento, una delle massime onorificenze della nostra città. Grazie alla famiglia, grazie a Federico Enriques in particolare, per aver reso la nostra città e il nostro paese un luogo più colto e di conseguenza più libero. Grazie”.
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