Russi

Compleanno pasquale per i 100 anni di Argia Amadori

A Russi il giorno di Pasqua la Sindaca Valentina Palli ha portato un augurio speciale alla festeggiata

Argia Amadori

RUSSI (RA) – Festa nella festa per Argia Amadori che ha compiuto 100 anni proprio il giorno di Pasqua. Lo scorso 5 aprile a portarle doppi auguri, anche a nome di tutta la città, è stata la Sindaca di Russi, Valentina Palli.

Argia, rimasta orfana di padre a soli 17 anni, insieme alle sue tre sorelle ha vissuto una vita segnata da impegno, lavoro e sacrificio. Ha condiviso 53 anni felici con il marito e oggi è circondata dall’affetto della figlia Grazia e degli amati nipoti. Nel 2022 è stata intervistata per la Compagnia dei Racconti e ancora oggi conserva una memoria vivida e preziosa, autentica custode delle vicende storiche e delle tradizioni del territorio.

«È per me un grande privilegio poter portare alla signora Argia gli auguri di tutta la nostra comunità in un momento così speciale – ha commentato la Sindaca Palli, postando la foto sulla pagina Facebook del Comune e cogliendo al tempo stesso l’occasione per augurare Buona Pasqua a tutti i cittadini -. La sua storia rappresenta un esempio di forza, dedizione e memoria viva del nostro territorio».

Qui di seguito la testimonianza di Argia Amadori, raccolta da Monica Cortecchia e Donata Utili per il progetto di rete la Compagnia dei Racconti (2022), tratta dal sito https://www.lacompagniadeiracconti.it/2022/12/19/quando-due-centesimi-di-mancia-erano-un-tesoretto/

Quando due centesimi di mancia erano un tesoretto!

Mi chiamo Argia Amadori e sono nata a Reda (Faenza) il 5 aprile del 1926.

In famiglia a quel tempo eravamo in 15 e forse anche di più. Il mio babbo era il più grande ed erano 5 fratelli e 3 sorelle (2 di loro si sposarono presto), poi c’erano i nonni, la bisa e uno zio; in seguito arrivarono anche le mogli dei fratelli del babbo.

Facevano i contadini ed erano soprannominati “i Bond”.

Nel 1937, quando avevo 11 anni, ci siamo trasferiti a Pezzolo di Russi in via Stelloni ed eravamo in 8: io e le mie 3 sorelle, i genitori, il nonno e lo zio che, essendo non sposato, rimase con la famiglia del mio babbo.

I miei genitori erano Ermelinda Leonardi e Pietro Amadori e le mie sorelle si chiamavano Amedea, Rosa e Maria e sono rimasta solo io che ero la seconda.

Eravamo mezzadri in un podere dei Foschini (Bazilò) e zappavamo a mano la terra che era durissima, anche perché il campo era “voltato male” essendo in verticale e difficile da lavorare.

Come era scritto nel contratto di mezzadrìa ai padroni portavamo le “regalìe” cioè sei capponi all’anno, sei polle da uova, un animale su dieci di tutti gli altri (tacchini, conigli, anatre…); tutte le settimane, le uova.

Quando portavo le uova io ricevevo dalla padrona, la Rusèna, 2 centesimi di mancia.

Nella casa dove andammo a Pezzolo ci aveva abitato, prima di noi, quello che sarebbe poi diventato mio marito: andata via la sua famiglia, andammo noi.

Quando due centesimi di mancia erano un tesoretto! (Argia sorride al ricordo di quella coincidenza!).

Restammo in quel podere per diciannove anni anni, ma dopo soli sei anni il mio babbo morì (era il 10/10/1943) e dopo due anni morì anche il nonno.

Mandammo avanti il podere da sole noi donne rimaste (due sorelle intanto si erano sposate) e lo zio e siamo venuti via di là nel 1957: la forza era calata e poi servivano mezzi meccanici per coltivare.

Lo zio, unico maschio rimasto, era una persona strana, parlava poco e noi dovevamo essere sempre pronte a capire che cosa c’era da fare.

Così ci trasferimmo a Russi, in via Trento, nella casa di Savini detto e’ Faì. Per vivere facevamo i lavori nelle case, andavamo in campagna per il raccolto e “alla frutta” nel magazzino della SAIA vicino alla stazione. Mia sorella Maria, la più piccola di noi, faceva a macchina anche dei guanti di nylon per una ditta.

Da quella casa ci trasferimmo da Porrisini, vicino alla stazione. Lo zio si era sposato ed eravamo rimaste io, la mamma e la Maria. A scuola ci sono andata fino alla 5ª elementare a Reda: era una bella scuola e facevamo anche “i saggi” in divisa: c’era il fascismo a quei tempi. La classe prima l’ho fatta con la maestra Ines Pozzi, poi in seconda ebbi un maestro.

Pensate che qualche anno fa ho ritrovato un mio compagno di scuola che si chiama Ettore ed ha un anno meno di me. E’ successo che mia nipote e quella di Ettore erano a scuola insieme al liceo di Faenza ed io sentendo sempre ricordare il cognome di questa ragazza, Savioni, chiesi a mia nipote di domandare se il nonno della sua amica si chiamava, per caso, Ettore. Era proprio lui!

Le due ragazze prima combinarono una telefonata, poi un incontro: fu una vera festa che sembrava un rinfresco! Anche Ettore era molto “lucido” ed insieme abbiamo ricordato tante cose, episodi della scuola e dei compagni: di quella classe siamo rimasti solo noi.

Ogni tanto io ed Ettore ci sentiamo ancora per telefono.

Mi sono sposata nel 1963, a 37 anni, con Stefano Calderoni di tre anni più grande. Era il 25 aprile perché mio marito voleva “festeggiare” tutti gli anni e scelse quella giornata di festa.

Mi ero “ fidanzata”, se così si può dire, a vent’anni (ci siamo conosciuti il 2 marzo del 1946 al Circolo della Cacciaguerra). Io lavoravo, ma lui doveva farsi un mestiere ed andava in motorino da Russi a Ravenna da Beltrami per diventare meccanico specializzato in macchine agricole.

A quei tempi il fidanzamento si teneva segreto ed era più che altro un rivolgersi la parola quando ci si incontrava per strada e ci si accompagnava a casa. Un giorno mia mamma, vedendoci parlare, disse: “Perché non venite in casa?”. Così fu, ma lui era sregolato: veniva 2/3 volte di seguito poi stava un pezzo senza farsi vedere ed io non ero contenta. Così smettemmo di frequentarci per due anni. Io poi cominciai ad andare al Circolo della Cacciaguerra a vedere la televisione e ricominciammo a parlarci. Lo avevo incontrato anche l’ultimo dell’anno al teatro comunale, dove mi chiese se poteva darmi il Buon Anno ed una sera mi accompagnò anche a casa.

Da sposati andammo ad abitare in via Fiumazzo da Galamè (Montanari), dove nacque Maria Grazia, nostra figlia. Era una casa di tre stanze più il garage senza pavimento e la scala esterna; ci scaldavamo con una stufa elettrica.

Mio marito Stefano intanto era stato assunto all’Eridania ed era vicino al luogo di lavoro.

Nel 1965 ci trasferimmo nella casa dove ancora abito in via Petrarca 5.

Quando ci sposammo facemmo una grande festa con tanta gente al Circolo della Cacciaguerra ed ho ancora il vestito che mi ero fatta fare e che mi piaceva tanto. Me lo aveva fatto l’Elsa d’Pirulò (Elsa Bezzi) una brava sarta ed era così: vestitino intero di colore chiaro con giacca e cappellino in tinta (allora usava il cappellino).

In viaggio di nozze andammo a San Marino con la sua macchina che era una Fiat 500. Stefano ci teneva così tanto a quella macchina che, quando pioveva, andava piuttosto in bicicletta con l’ombrello perché non si bagnasse e non la dovesse asciugare.

Prima di sposarmi andavo alle feste da ballo 2 o 3 volte all’anno, nel Teatro e alla Cacciaguerra: per Capodanno, alla festa del Garofano rosso e alla festa del Garofano bianco. Non mi facevo vestiti per

il ballo, ci andavo “vestita bene” con gonna nera (ne avevo una “ a campana”) e camicetta; ricordo che una era di colore rosa, di raso, un po’ opaca con bottoni lucidi. Al massimo cambiavo la camicetta.

Quando ho conosciuto Stefano, mio marito, il 2 marzo del 1946 ricordo che avevo un vestito fantasia con sopra un giacchino rosso di velluto. Delle volte i vicini di casa facevano dei festini e mi invitavano, ma non mi piacevano e non ci andavo volentieri.

Sono stata sposata per 53 anni poi nel 2016 mio marito è venuto a mancare.

Per i 50 anni di matrimonio abbiamo fatto tre feste: una con nostra figlia, il genero ed i nipoti al ristorante M11 di via Madrara; un’altra all’Oratorio con tutti i parenti ed un’altra, sempre all’Oratorio, organizzata dalla Parrocchia per tutte le coppie che festeggiavano l’anniversario.

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Pubblicato da
Roberto Di Biase

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