2 agosto 2021, l’intervento del presidente dell’Associazione tra i famigliari delle vittime, Paolo Bolognesi, nel 41° anniversario della strage alla stazione

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BOLOGNA – Di seguito il testo della comunicazione letta questa mattina in Piazza Medaglie d’Oro dal presidente Paolo Bolognesi a nome dell’Associazione fra i famigliari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

“Scriveva Norberto Bobbio:
‘Fra tutte le azioni delittuose che gli uomini possono compiere contro altri uomini, la strage è quella che più si avvicina al male radicale: è il massimo delitto, l’omicidio diretto consapevolmente contro gli innocenti’.
Sono passati 41 anni dal più sanguinoso attentato dell’Italia in tempo di pace, da quello che l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini definì ‘L’impresa più criminale della storia della Repubblica’.

E di una vera e propria impresa si è trattato, un’impresa infame che ha coinvolto decine di persone e numerosi apparati: una strage organizzata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei Servizi Segreti, eseguita da terroristi fascisti.
La tenacia di inquirenti e magistrati ha portato quest’anno all’avvio di un nuovo processo contro ulteriori esecutori, mandanti e complici della strage del 2 agosto 1980. Sono: Paolo Bellini, estremista di destra nonché killer per conto della ‘ndrangheta e informatore dei Servizi Segreti, accusato di concorso in strage; gli ufficiali Piergiorgio Segatel e Quintino Spella, quest’ultimo nel frattempo deceduto, accusati di depistaggio e Domenico Catracchia per false informazioni ai PM.

Per la Procura Generale, Paolo Bellini avrebbe agito in concorso con Licio Gelli e Umberto Ortolani in qualità di mandanti e finanziatori dell’attentato; con Federico Umberto D’Amato, direttore dell’ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, quale mandante e organizzatore; con il giornalista Mario Tedeschi quale organizzatore per avere coadiuvato D’Amato nella gestione mediatica del depistaggio prima e dopo l’evento.
Gelli, Ortolani, D’Amato e Tedeschi sono nel frattempo deceduti.

All’individuazione di queste nuove responsabilità, gli inquirenti sono giunti seguendo la pista del denaro, la stessa che invitava a seguire Giovanni Falcone.
Fiumi di sangue in cambio di fiumi di denaro: milioni di dollari sono transitati dai conti svizzeri di Licio Gelli per finanziare i terroristi neri prima e dopo la strage del 2 agosto 80.

Importanti elementi di verità sono arrivati, quest’anno, anche dalle motivazioni della sentenza che condanna all’ergastolo, in primo grado, il quarto esecutore materiale della strage, il terrorista fascista Gilberto Cavallini. La Corte ha analizzato le dichiarazioni degli stragisti degli ultimi quarant’anni e accuratamente vagliato le prove, che dimostrano che il gruppo terroristico Nar non era affatto composto da ingenui spontaneisti armati, ma da criminali collegati in modo strutturale ad importanti settori di apparati dello Stato.

Essi facevano parte della galassia di sigle neofasciste che operavano contro la tenuta dello Stato democratico e che hanno goduto di imponenti coperture e depistaggi: altro che spontaneisti!
È provato come la estrema destra neofascista romana, allevata e protetta dalla P2, fosse strettamente collegata con i Servizi Segreti.

Come è possibile spiegare l’incredibile trattamento di favore ricevuto dai capi dei Nar, se non come premio per la assoluta omertà mantenuta sino ad oggi sui retroscena della strage del 2 agosto 1980?
In questo senso la figura di Valerio Fioravanti, leader dei Nar è emblematica: 8 ergastoli, 134 anni 8 mesi di reclusione inflitti per reati minori, 93 morti causati e due soli mesi scontati per ognuno di essi.

Mai nessuna collaborazione con la giustizia, mai nessuna dissociazione, mai nessun elemento di verità fornito, mai nessun cenno di pentimento. Al contrario: l’anno scorso durante una udienza del processo Cavallini, Valerio Fioravanti è andato ancora oltre: incalzato dalle domande dei magistrati, ha colto l’occasione per diffamare la memoria del giudice Giovanni Falcone. Gli ha ben risposto il PM che sostenne contro Fioravanti l’accusa per il delitto Mattarella, Leonardo Agueci: “Le dichiarazioni, con cui Fioravanti chiama in causa Falcone, sono l’ennesimo esempio dell’orribile diffusa pratica di mettere in bocca ciò che conviene a personaggi illustri che non ci sono più e che non possono quindi smentire. Conoscendo poi il rigore e la correttezza formale che Falcone adottava nel relazionarsi con imputati e testimoni, non c’è dubbio che siano dichiarazioni inattendibili e strumentali, oltre che diffamatorie per la memoria dello stesso Falcone”.

Anche questo è accaduto durante i processi per la strage alla stazione: che un pluriomicida omertoso come Valerio Fioravanti abbia tentato di infangare la memoria di un eroe come Giovanni Falcone.
Giovanni Falcone è stato ucciso, ma le sue idee camminano ancora, anche sulle nostre gambe.
E alle menzogne, come ci ha insegnato, si risponde coi fatti.

È un fatto che Giovanni Falcone avesse incriminato Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, ipotizzando una saldatura criminale tra mafiosi corleonesi e terroristi romani protetti dalla P2.
È un fatto che Giovanni Falcone fosse giunto alla conclusione che Piersanti Mattarella non era stato ucciso dai mafiosi, ma da esponenti della destra eversiva, Fioravanti e Cavallini, e da lì il magistrato cominciò ad indirizzare la sua attenzione su Gladio.
È un fatto che Fioravanti sia stato riconosciuto come killer dalla moglie di Piersanti Mattarella Irma Chiazzese, presente accanto al marito al momento dell’omicidio.
È un fatto che Giovanni Falcone negli ultimi mesi della sua vita indagasse su Licio Gelli, la P2, l’estremismo di destra e Gladio.

Falcone lo chiamava “Il gioco grande”: ovvero il disegno del potere che agisce incrociando le azioni degli apparati dello Stato con quelle delle organizzazioni criminali.
C’è un filo nero che parte dalla strage di Portella della Ginestra nel 1947 e arriva fino alle stragi del ’92 e ’93 e alla trattativa Stato-mafia. Il rapporto oscuro tra
organizzazioni criminali e istituzioni dello Stato si sviluppa lungo tutta la storia italiana. Con una costante: i depistaggi.

Gli apparati dello Stato entrano puntualmente in azione per creare false piste, sottrarre prove, far sparire testimoni. Ci sono condanne definitive che lo provano per ogni episodio stragista. E non c’è una sola persona, tra i condannati e gli indagati per l’eccidio del 2 agosto ’80, che non sia riconducibile alle parti dei Servizi Segreti infedeli alla Costituzione Repubblicana.
La storia criminale e la storia politica in Italia molto spesso si intrecciano fino ai giorni nostri, fino a diventare cronaca, in un Paese dove il passato non passa mai, perché le vecchie complicità durano nel tempo e la P2 non ci parla solo del
nostro paese di ieri ma purtroppo anche di quello di oggi.

La figura di Paolo Bellini è in tal senso paradigmatica come uomo cerniera tra delitti, stragi e segreti inconfessabili: estremista nero, killer per la ‘ndrangheta, soggetto che entra in gioco nel periodo in cui Cosa Nostra persegue una linea stragista e intimo amico di Antonino Gioè, uno dei killer di Capaci.
Gli imputati condannati nel processo per la strage di Bologna sono impresari della violenza, che si collegano a mezzo secolo di “destabilizzazioni stabilizzanti” strategicamente messe in piedi per approdare ad una normalizzazione lontana e ostile all’applicazione attiva e viva delle norme costituzionali.

Un’offensiva durata decenni, che all’occorrenza non si è fatta scrupolo di utilizzare le bombe e la violenza per insidiare la qualità degli equilibri democratici e bloccare l’affermarsi dei valori enunciati nella Costituzione.
Ma quel sistema di potere non è invincibile e lo dimostrano quei magistrati e quei giornalisti che vivono con coraggio la propria responsabilità: è anche grazie a loro che oggi siamo in grado di decifrare i messaggi occulti lanciati dagli stragisti.

Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:
SVELARE MANDANTI E DEPISTATORI NASCOSTI NELLE STRUTTURE DELLO STATO RAFFORZA LA NOSTRA DEMOCRAZIA E RESTITUISCE DIGNITÀ AL PAESE
È questo che fa da sempre l’Associazione dei familiari insieme a tante donne e uomini coraggiosi.

Il 16 aprile scorso è iniziato il processo ai mandanti che procede a veloci tappe nella sostanziale indifferenza della stampa nazionale: sembra quasi che la strage di Bologna sia solo un fatto bolognese.
È indubbio che le implicazioni che emergono sono di tale portata che sconvolgono. Da una lettura attenta della situazione di quel periodo, il 1980, la realtà che emerge è estremamente pesante con coinvolgimenti quasi strutturali tra politica, Servizi Segreti, bande criminali, eversione di destra, ed eversione di sinistra.

Arrivare a conoscere completamente i retroscena sulla strage di Bologna permetterà di comprendere meglio molti altri casi, avvolti nei segreti della Repubblica, che hanno insanguinato il nostro Paese sconvolgendone la vita politica quali il rapimento e l’uccisione dell’Onorevole Aldo Moro, l’uccisione del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella e sicuramente tanti altri.
Quando si parla di questi crimini, tutti, a parole, vogliono la verità, ma nei fatti sono stati e sono ancora moltissimi coloro che, pur avendone la possibilità, fanno di tutto per nasconderla o ritardarla.

Dobbiamo ricordare una serie di comportamenti emblematici:
– nel 1978 la nomina da parte dell’allora Consiglio dei Ministri dei direttori dei Servizi Segreti tutti iscritti alla loggia massonica P2 e infedeli allo Stato democratico;
– l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che, in una intervista al Corriere della Sera del 2008, avallò il clamoroso depistaggio della pista palestinese e insistette molto sull’autonomia dei cosiddetti spontaneisti armati cercando di escludere ogni collegamento strutturale dei terroristi con gli apparati dello Stato;
– il prefetto Vincenzo Parisi che, in due audizioni alla Commissione stragi, volle unire la strage di Ustica a quella di Bologna creando un depistaggio mediatico che generò un’enorme confusione nell’opinione pubblica.
Quest’anno l’Associazione tra i Familiari delle Vittime della strage del 2 agosto 1980, ha compiuto 40 anni.

Fra di noi c’era e c’è chi aveva perso la madre, il padre, un fratello o l’unico figlio, come Lidia e Torquato Secci, primo e indimenticato presidente della nostra Associazione; ci sono i feriti e i loro congiunti.
Ci siamo uniti sotto il motto “Giustizia e Verità” accomunati sì dal lutto e dal dolore, ma anche dal desiderio di coltivare insieme il seme della speranza, perché solo chi è animato dall’amore per la verità riesce alla lunga a portare sul tavolo anche la giustizia.
Il percorso giudiziario è stato lungo e difficile e altre battaglie ancora ci attendono per arrivare alla completa verità sulla strage alla stazione.

Il nostro pensiero riconoscente va a coloro che hanno reso possibile i risultati faticosamente raggiunti sacrificando la vita: Vittorio Occorsio, Mario Amato, Emilio Alessandrini, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, fra gli altri.
E siamo vicini e grati a chi, oggi, ha raccolto il testimone di questi magistrati eroi, onorandone la memoria con un lavoro serio e rigoroso: da Nino Di Matteo a Roberto Scarpinato ai magistrati della Procura Generale di Bologna, che continuano con determinazione le indagini per individuare tutte le responsabilità delle stragi e continuano ad indagare nell’ambito dell’indagine oggetto di avocazione fra mille nuove difficoltà.

Ringraziamo anche tutti quei giornalisti coraggiosi e impegnati che, come i redattori della trasmissione televisiva “Report”, oppongono le risultanze delle indagini giudiziarie e della ricerca storica, al potente fronte di innocentisti e negazionisti i quali, per inquinare, sostengono le stesse tesi indicate dalla P2 e riconosciute come depistaggi, arrivando persino ad accusare e delegittimare le vittime.

Sostenere l’insostenibile deve essere reso sempre più difficile. E per questo appoggiamo con forza il progetto già avviato per digitalizzare i vari processi ai Nar, a Ordine Nuovo e alle diverse sigle neofasciste svolti a Roma. Ciò permetterà di analizzare tutte le operazioni criminali eseguite dai terroristi neri e permetterà di rendere possibile l’individuazione della regia superiore che coordinava fatti delittuosi erroneamente considerati isolati e slegati gli uni dagli altri. Ed è anche per questo che chiediamo la declassifica dei tantissimi documenti ancora nascosti. Né la direttiva Renzi, né la direttiva Prodi hanno portato a compimento quello che affermavano. Troppi ancora i segreti, le bugie, le logiche di ricatto.

Come ha detto il figlio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli: “Più che le cose da scoprire, penso che bisognerebbe valorizzare quelle scoperte. Se almeno la metà dei cittadini italiani conoscesse un quarto di quello che è stato scritto e svelato su quelle vicende, saremmo una democrazia più vigile e matura. Non mi preoccupa ciò che non è stato ancora svelato o capito, ma quanto poco guardiamo all’esperienza che abbiamo vissuto”. Concordiamo con questa profonda riflessione ed è per tale motivo che il lavoro della nostra Associazione è imperniato sulla diffusione della memoria e della conoscenza storica. Nei teatri, con la musica, nelle scuole, sul web, fra le persone. Ci sembra questo il modo migliore per essere parte attiva di una società che educhi al rispetto della vita e della democrazia.
E quando andiamo nelle scuole, spesso capita che i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine ci chiedono come si riesca a portare avanti una battaglia per tanti anni, per 41 anni.

Noi rispondiamo sempre: “Un passo alla volta”, avendo chiari gli obiettivi, che per noi sono da sempre giustizia, verità e memoria. Un passo alla volta e il dolore è diventato condivisione; la rabbia è diventata solidarietà, il senso di colpa inevitabile seppur irrazionale dei sopravvissuti e dei feriti è diventato volontà di testimonianza.
Non è un percorso facile, non lo è stato e siamo consapevoli che ancora non lo sarà, ma ne vale la pena, perché ogni passo conta.
Conta ed è contata ogni maceria spostata con le mani dai soccorritori quel 2 agosto 1980.
Conta ed è contato ogni gesto di solidarietà della cittadinanza, da chi 41 anni fa prolungava il suo turno di lavoro per essere di aiuto e da chi oggi rinuncia a un giorno di vacanza per stare con noi.

E, a volte, contano anche le parole. Se dovessimo riassumere in una parola la nostra esperienza di questi 41 anni, ne sceglieremo una straniera, la prima che ci disse il papà di Iwao Sekiguchi, lo studente giapponese di vent’anni che amava l’Italia ed era qui in vacanza studio, quando fu ucciso dall’esplosione mentre aspettava un treno per Venezia.
Il papà di Iwao, che venne da Tokyo per seguire le udienze del processo per la strage, ci parlò del Kintsugi, cioè l’arte giapponese di riparare gli oggetti rotti con l’oro. L’oggetto rotto non torna come prima, conserva i segni del trauma, ma ne esce unico e ancora più pregiato.

Kintsugi in senso metaforico e simbolico, è la capacità di non vergognarsi delle ferite subite, ma di riuscire a farne un punto di forza.
Kintsugi: questa è la parola che più ci descrive, la parola che più descrive la nostra città. E voi. per noi, siete ancora oggi l’oro che ripara le nostre ferite.
La nostra risorsa più preziosa.
Grazie”.