I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista”

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Venerdì 27 novembre, alle 18, il video racconto sul canale youtube del Centro documentazione donna. Nell’ambito del programma “Mai più violenza sulle donne”

MODENA – Isterica, loquace, capricciosa, indocile, impertinente e smorfiosa. Sono alcuni degli aggettivi usati dai medici, durante il regime fascista, nelle diagnosi che avrebbero condotto in manicomio le donne che visitavano. Queste definizioni, simili a un marchio, tornano alla luce nel video racconto “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista” che sarà presentato venerdì 27 novembre, alle 18, sul canale youtube del Centro documentazione donna, dai curatori Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante.

L’appuntamento fa parte del programma per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne promosso dal Comune di Modena e dal Tavolo comunale delle associazioni per le pari opportunità e la non discriminazione, ed è organizzato dal Centro documentazione donna e dall’Istituto storico. L’iniziativa, infatti, rientra anche nel ciclo di appuntamenti online “Storia e immaginario del fascismo 1920-2020, l’Italia e Modena”, a cura del Comitato comunale per la storia e le memorie del Novecento, con Istituto Storico, Centro documentazione donna e Fem Future education Modena, con il sostegno della Regione Emilia Romagna.

Il video, che rimarrà visibile sul sito del Centro documentazione donna, utilizza fotografie e documenti per raccontare la storia dimenticata delle tante donne ricoverate in manicomio durante il fascismo. Molte di loro furono internate perché non seppero adattarsi agli stereotipi culturali del regime, sottraendosi ai ruoli tradizionali che venivano imposti, come quello materno, e venendo considerate, per questo, “madri contro natura”, oppure manifestando la loro sessualità in modo “esuberante”. E altre finirono rinchiuse perché manifestavano un disagio che spesso nasceva dal fatto di essere state violentate, sedotte e abbandonate o di essere costrette a nascondere una gravidanza.

Il racconto prova ad analizzare, quindi, quanto il linguaggio e la visione della donna in quel periodo abbiano contribuito a creare stereotipi sulla figura femminile che si ritrovano ancora oggi.