Grande pubblico per la personale di Antonio Violetta a cura di Claudio Spadoni

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RAVENNA – Grande successo di pubblico sabato per l’inaugurazione della terza e ultima mostra del 2026 della Fondazione Sabe per l’Arte di Ravenna che vede protagonista lo scultore di fama nazionale e internazionale Antonio Violetta, nato a Crotone nel 1953 ma attivo a Bologna dagli anni Settanta. Ieri la galleria di via Pascoli 31, nata nel 2021 su iniziativa di Norberto Bezzi e Mirella Saluzzo, è stata meta di numerosi esperti e appassionati di arte contemporanea. Curatore della mostra è il noto critico e storico dell’arte ravennate Claudio Spadoni, ex direttore del Mar – Museo d’Arte della città, che ha già curato per la galleria “Vortice cosmico” di Andrea Raccagni.

Presente alla vernice l’assessore alla Cultura Fabio Sbaraglia che ha salutato il pubblico, dando anche una notizia. «Grazie all’impegno e alla passione di Norberto e Mirella. Le tante persone arrivate per ammirare la mostra, testimoniano il buon lavoro della galleria. Per questo sono lieto di informarvi che è stato siglato un protocollo di collaborazione tra la Fondazione Sabe e il Mar, nell’ottica ormai consolidata di aprire il museo a collaborazioni di qualità. Secondo il protocollo anche in futuro potremo fare altri prestiti di opere, come già accaduto in questa occasione con un’opera di Violetta che fa parte delle collezioni del Mar». «Siamo felici di rafforzare sempre di più il rapporto con il Mar che portiamo avanti già da tempo – afferma Pasquale Fameli, direttore artistica della Fondazione Sabe per l’Arte –. La nostra galleria ha sempre avuto una forte attenzione per i grandi artisti protagonisti della ricerca nazionale e internazionale come Violetta che di recente è stato insignito della Targa Paolo Volponi a Bologna».

La mostra di Violetta, la sua prima personale nell’ex capitale bizantina, è anche l’occasione per ricordare i rapporti dell’artista con Ravenna. Nel 2000 Violetta ha ricevuto il Premio Scipione e ha realizzato per la città romagnola l’opera in bronzo “Omnia vincit Amor”; nel 2009, invece ha presentato al Mar “La giganta”, opera ispirata alla poesia “Géante” di Charles Baudelaire, con il contributo musicale di Fabrizio Festa. Risale infine al 2028 la partecipazione alla collettiva “Montezuma Fontana Mirko. La scultura in mosaico dalle origini a oggi” sempre al Mar. «Per me è emozionante essere qui in una città in cui conosco molte persone – ricorda Antonio Violetta –. Non è stato facile scegliere le dieci opere da portare a Ravenna, e sono contento che tra di esse vi sia anche un mio lavoro del 1988 donato al Mar, che si ricongiunge temporaneamente alle sue consorelle».

«Questa mostra mi ha suscitato grandi ricordi – afferma il curatore Spadoni –, perché le opere coinvolte risalgono ai tempi della partecipazione di Violetta alla Biennale di Venezia, per la precisione al 1986 quando io ero nella commissione e lo avevo selezionato per la sezione Aperto 86. I suoi lavori sono subito piaciuti anche agli altri commissari internazionali che non avevano proprio gusti facili… Violetta arrivò poi secondo al premio destinato agli artisti under 40, alle spalle di Nunzio Di Stefano, sempre da me segnalato. Da lì è nata una lunga amicizia e frequentazione». Sin da l suo debutto negli anni Settanta l’artista crotonese si è fatto notare e riconoscere. Di lui hanno scritto critici importanti, tra cui Germano Celant che lo ha voluto giovanissimo a Documenta 7 di Kassel nel 1982, e Bruno Corà direttore della Fondazione Burri.

«Questa personale è dedicata a un ciclo importante dell’artista “Pagine” – aggiunge Spadoni –, iniziato nel 1984 e durato circa un decennio, rivelatore della sua poetica. Anche i suoi cicli successivi, infatti, rivelano la derivazione da questo ciclo, caratterizzato da superfici materiche aniconiche e rilievi in terracotta attraversati da solchi e fratture. Il segno che ha lasciato con “Pagine” è poi diventato lo stigma inconfondibile dell’artista. Queste opere hanno il carattere del frammento, per questo sono disposte a terra e non danno l’idea di essere compiute. Sono scritture plastiche per così dire, frutto di un gesto manuale che riflette uno stato d’animo, un’emozione del momento. In alcune opere appaiono elementi artificiali come le luci per esempio, e anche fili, tubi, listelli metallici che secondo qualche critico sono di derivazione costruttivistica. A me pare azzardato e, conoscendo Violetta, sono più legati alla complessità dei lavori che possono includere altro. Di certo le sue opere vanno viste nel loro insieme».

A chiarire il suo pensiero è lo stesso Violetta che fa scultura sporcandosi le mani, e che può essere inserito nel novero dei grandi scultori italiani che hanno realizzato opere fondamentali dall’inizio del ‘900 a oggi, quasi esclusivamente in terracotta, tra cui Arturo Martini, Fausto Melotti, Lucio Fontana, Leoncillo Leonardi e Giuseppe Spagnuolo. Artisti che, come ricordato da Spadoni, hanno realizzato quanto di più innovativo e al contempo legato alla grande tradizione plastica. «Il vero lavoro – spiega l’artista – è quello tra il prima e il dopo, tra l’urgenza espressiva e la fine dell’opera, ossia tutto quello che sta in mezzo. La struttura portante del mio percorso è una frammentazione continua delle cose, come se mancassero sempre un vero inizio e una vera fine. La grafite che uso d’abitudine è una materia che mi ha sempre affascinato perché non è nera, ma traslucida, appartiene sia al giorno che alla notte, è come se non avesse un colore ma al contempo ha un rapporto con la luce».

La mostra resterà aperta in via Giovanni Pascoli 31 fino al prossimo 10 gennaio, a ingresso libero, nelle giornate di giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 19.