BOLOGNA – Oggi si è tenuta la seduta solenne del Consiglio comunale dedicata al Giorno della Memoria. Di seguito l’intervento conclusivo del sindaco Matteo Lepore:
“Grazie, Presidente, un saluto anche da parte mia a tutte le autorità, militari e civili presenti, ai rappresentanti della Comunità Ebraica di Bologna, ai cittadini che sono qui con noi oggi e a Marcello Fois che ringrazio per l’intervento che quest’aula ha così apprezzato.
Oggi, nella Giornata della Memoria, ce lo siamo ripetuti, ogni anno ricordiamo quando si aprirono di nuovo i cancelli di Auschwitz. Quando in parte terminò un periodo buio e scuro della nostra umanità e della storia della nostra Europa. E ogni anno ci ritroviamo su parole come ‘Mai più’, ‘Responsabilità’ e ‘Ricordo’.
Ma ogni anno queste parole acquistano una forza diversa, dovuta al contesto nel quale ci confrontiamo e che è attorno a noi perché queste parole parlano inevitabilmente di noi. Parlano del nostro presente, parlano delle scelte che, come individui e comunità, siamo chiamati a compiere. È anche il motivo per il quale il Parlamento italiano ha deciso di istituire una giornata ufficiale, con una legge apposita, per fare in modo che le nostre azioni, il nostro senso di responsabilità incidessero sul presente e sul futuro, passando di generazione in generazione un testimone così importante.
E dunque oggi il nostro pensiero va prima di tutto al popolo ebraico, che ha subito la Shoah, e a quello che vive nel nostro paese e nella nostra città. Un popolo che è stato colpito da una persecuzione sistematica, pianificata, che qualcuno ha definito industriale, che ha definito un confine che è stato superato dalle istituzioni e da altri esseri umani. Infliggendo sofferenze, annientando vite, distruggendo famiglie, comunità e culture. Una violenza sconfinata che ha esercitato con crudeltà, fino a risultare difficile perfino da credere per chi non l’abbia vissuta direttamente, tanto appariva e appare incompatibile con l’idea stessa di umanità.
Eppure quella violenza è stata reale, concreta, organizzata. Di fronte ad essa i sopravvissuti hanno mostrato una forza straordinaria. La forza di ricostruire la propria vita dalle macerie, dal lutto, dal trauma. E insieme la forza morale di sentire il dovere di testimoniare, di costruire un racconto diverso, nuovo per l’umanità. Un racconto che non voleva portare avanti in modo reiterato le violenze, ma aveva scelto, al posto della vendetta, la costruzione di un orizzonte di umanità e di democrazia. La loro voce è stata un argine per molti anni contro la negazione, contro l’oblio e contro l’indifferenza. Tanto che abbiamo portato questa voce nelle scuole, abbiamo costruito progetti a livello sociale, sportivo, istituzionale. Questa voce è tuttora un punto di riferimento fondamentale per le nostre istituzioni e per la nostra comunità, anche qui a Bologna.
Ci chiediamo spesso come sia potuto accadere. In un’Europa che 80 anni fa è entrata dentro l’abisso e poi in parte, da quell’abisso, è ritornata. E ci chiediamo come mai sia stato possibile che il diritto venisse piegato, che la violenza fosse diventata una norma, che le deportazioni, la persecuzione razziale, l’annientamento sistematico di milioni di persone siano state tollerate, giustificate, normalizzate, anche se avvenivano a pochi metri di distanza da case e da luoghi di vita quotidiana. E ci chiediamo tuttora perché in troppi abbiano taciuto, perché i presidi della legge e della democrazia siano stati travolti quasi senza alcuna resistenza.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che quelle domande non appartengono solo alla storia che stiamo ricordando, ma che tuttora sono domande che ci dobbiamo porre. Innanzitutto di fronte ad un’ondata di antisemitismo che, insieme ad altre forme di odio, risulta essere una nuova lingua. Una lingua usata da tanti, troppi, per generare nuovo consenso e per mobilitare le coscienze. Un linguaggio di odio, l’antisemitismo, che in Europa e non solo, purtroppo, è rimasto sotto la cenere, in alcuni casi è rimasto tra i soliti gruppi e le solite fazioni che sono riemerse e che oggi purtroppo, in alcuni casi, dall’una e dall’altra parte, bussano alla porta di tutti noi chiedendo il conto.
Il tempo che stiamo vivendo ci mostra, con inquietante chiarezza, il tentativo di riproporre lo stesso progressivo sgretolamento dei presidi democratici in molte parti del mondo. Il diritto internazionale trattato con fastidio, pratiche di repressione e brutalità che colpiscono persone semplicemente per la loro provenienza o per la loro fragilità, dinamiche che ricordano lo squadrismo, la deportazione, la sospensione arbitraria di garanzie fondamentali.
La nostra è stata in fondo una generazione fortunata, perché ha vissuto un’Europa nel quale, pur tra mille contraddizioni e limiti, la pace è stata garantita, il diritto è stato il quadro di riferimento e la cooperazione per molto tempo è stato l’orizzonte verso il quale tendere.
Oggi però dobbiamo essere franchi fra di noi: stiamo assistendo al pericoloso ripetersi di dinamiche che pensavamo fossero archiviate per sempre. E oltre alle discriminazioni, alla violenza istituzionale, ci sono le invasioni espansionistiche anche alle porte dell’Europa o all’interno dell’Europa stessa. Discriminazioni che sono, come sempre, politiche o economiche, ma che vengono rivestite ancora una volta del linguaggio dell’odio etnico e razziale.
E di nuovo l’indifferenza cresce. Cresce tra le persone, cresce nei media, tradizionali e nuovi, cresce soprattutto tra chi è stato chiamato ad esercitare l’esercizio, appunto, del potere perché l’indifferenza è diventata, in alcuni casi, istituzionale. A volte con giustificazioni diplomatiche, a volte semplicemente perché fa comodo. In altri casi l’indifferenza non esiste proprio, nel senso che si predica l’alleanza e il fiancheggiamento di chi porta avanti queste forme di violenza e di odio senza particolari paure di pagare pegno nel tempo presente. Io penso che questo sia un piano inclinato nel quale cominciamo a vedere effetti. Una, due persone che vengono soppresse; decine di migliaia in altri Paesi, pensiamo all’Iran, dove tutti stiamo assistendo, lontano da qualsiasi riflettore pare, a decine di migliaia di persone che vengono uccise da un regime dittatoriale.
Dunque il mondo purtroppo è unito e l’Europa ha fatto scuola, evidentemente, in ogni parte del mondo. E questo credo ci debba fare riflettere sulla nostra responsabilità come europei rispetto alla storia, perché prima ancora di definirci occidentali, noi dovremmo definirci esseri umani e in questo senso dovremmo credere in quello che siamo un po’ di più di quello che hanno creduto le persone che hanno caratterizzato i secoli precedenti.
E dunque, il Giorno della Memoria smette di essere commemorazione e deve diventare responsabilità. Perché ciò che ha reso possibile la tragedia di ieri non è stato solo l’odio di pochi, ma l’apatia di molti. Non solo la violenza, ma la sua assuefazione alla violenza. Quello che i nostri figli ogni giorno vedono ormai attraverso il cellulare e che anche quando non vogliono vedere, qualcuno li costringe ad osservare, perché ormai sono pervasi da ogni lato, tanto che i nostri ragazzi oggi sembrano essere diventati la fonte della violenza quando invece sono principalmente il ricettore della violenza del mondo.
Quest’anno credo che abbiamo un dovere in più, cioè abbiamo il dovere di attivarci concretamente affinché la storia che ci hanno raccontato i nostri nonni, i nostri insegnanti, i nostri maestri, sia innanzitutto una storia ascoltata, cioè l’ascolto dei testimoni, di coloro che hanno vissuto direttamente o che hanno, sulle proprie relazioni di vita, familiari, avuto dei lutti. Dobbiamo ritornare alle relazioni fondamentali, infatti. Alle persone che hanno avuto questo destino e che non hanno potuto avere il privilegio di essere indifferenti, di potersi rassegnare, di potersi stancare della democrazia perché oggi sembra quasi che noi ci siamo stancati della democrazia. Eppure ci sono persone che non se lo possono permettere di stancarsi della democrazia, di stancarsi dell’indifferenza e della rassegnazione.
Ecco, io credo che oggi dobbiamo insieme costruire un nuovo modo per scegliere. Scegliere da che parte stare. Come ad esempio abbiamo fatto insieme pochi giorni fa, al Modernissimo, io ero seduto di fianco al Presidente della Comunità Ebraica Daniele De Paz, che saluto, quando abbiamo ascoltato la testimonianza di Maoz e Aziz. Una coppia di persone che vengono da Israele e Palestina, che hanno subito lutti incredibili. Maoz ha perso i genitori il 7 di ottobre, con la propria casa incendiata e rasa al suolo e Aziz gli ha scritto una mail poche ore dopo per offrirgli le sue condoglianze, anche lui aveva avuto un lutto in famiglia con un fratello ucciso nelle carceri israeliane. E loro, mentre li ascoltavamo, ci hanno detto chiaramente: ‘Ci siamo ritrovati non perché volevamo semplicemente farci le condoglianze. Siamo diventati amici, ma soprattutto siamo diventati fratelli’. Ecco, io credo che in tutta la confusione del mondo noi dobbiamo ritrovare la forza della fratellanza e se ci riusciremo avremo fatto un passo in avanti molto importante.
Bologna, Città Medaglia d’Oro della Resistenza, città di diritti, di accoglienza, di partecipazione civile e di pace, ha scelto di impegnarsi da sempre su questo, di non prendere parte alle violenze, ma di stare dalla parte della verità e della giustizia, della memoria di chi vedeva i propri diritti fondamentali violati. E in questo Consiglio Comunale abbiamo sempre avuto un criterio nelle nostre discussioni e sicuramente alla fine nei voti che ci hanno unito, quando abbiamo dato cittadinanze onorarie o abbiamo dato riconoscimenti: prima di tutto i diritti umani, prima di tutto la non violenza e essere al fianco di chi veniva perseguitato.
Ecco perché credo che questa città oggi sia un esempio di come, nel Giorno della Memoria, ci si possa ritrovare e insieme discutere nella complessità delle cose che altri ci vogliono impedire di parlare. Grazie”.
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