Giorno della Libertà, il discorso del sindaco Patrizia Barbieri

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Palazzo Mercanti_500PIACENZA – Nove Novembre – Giorno della Libertà – inaugurazione Giardino della Libertà e stele commemorativa.

“Il giorno della caduta del Muro fu il giorno della felicità, ma anche il giorno della vergogna. Ma i giovani cancelleranno le ferite del Muro”. È nella parole pronunciate a 15 anni di distanza dagli storici eventi del 9 novembre 1989, dall’ex cancelliere tedesco e storico Helmut Kohl, che rinnoviamo il significato di questo giorno che, con legge 61 del 2005 la Repubblica italiana ha consacrato a Giorno della Libertà. È nella celebrazione di quel festoso impeto di libertà con cui la folla berlinese fece breccia nei 155 chilometri di cemento e filo spinato – di cui 43 nel cuore di Berlino – che per quasi trent’anni furono causa di sofferenza e divisione per i cittadini tedeschi e drammatica rappresentazione del lacerante strappo tra la libertà e la sua negazione.

Nel crollo di quello che era stato, agli occhi del mondo, emblema di oppressione e sopraffazione, si affidava alle giovani generazioni la speranza che, conoscendo gli errori del passato, si potesse costruire un futuro di libertà e democrazia.

In quelle ore frenetiche e convulse, mentre si sgretolava il simbolo più evidente della Guerra Fredda, la comunità internazionale guardava, con ritrovata fiducia, a un messaggio di pace: non solo veniva finalmente restituita giustizia a una Nazione profondamente ferita da quella lunga e dolorosa separazione, ma poteva cominciare a ricomporsi la frattura, a lungo parsa insanabile nella minaccia di un conflitto incombente, tra i Paesi occidentali e il regime comunista sotto l’egida dell’Urss.

Due milioni e mezzo di persone, tra il 1949 e il 1960, avevano deciso di abbandonare la propria casa e la propria terra, nella natia Germania dell’Est assoggettata alla dittatura sovietica, scegliendo l’opportunità di una vita diversa, di cui poter decidere per sé e per la propria famiglia. La costruzione del Muro fu la risposta senza appello a quell’istinto – così autenticamente umano – di autonomia e di indipendenza, di libero arbitrio e orizzonti aperti: l’estremo tentativo di riprendere il controllo su una società in fermento e su ogni singolo individuo.

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961 cominciò, tra torrette di controllo e guardie armate, l’edificazione di quella linea di confine che segnava non solo la demarcazione tra Est e Ovest, tra il totalitarismo sovietico e le democrazie occidentali, ma innanzitutto la lontananza tra le persone, improvvisamente separate dai loro genitori, fratelli, partner e amici. Così scriveva all’amato Christoph dall’altra parte del Muro, tra disperazione e forza d’animo, la giovane Dorotea: “Mio caro Christoph, ritorno ora dall’ufficio competente e sono molto avvilita. Mi è stato spiegato che si rilasciano autorizzazioni esclusivamente a parenti di 1° grado. Anche a Natale, nessun lasciapassare, e tanto meno per i fidanzati. Ciò che abbiamo da discutere, possiamo comunicarcelo tranquillamente per iscritto. Ecco quanto mi ha detto la signora con cui ho appena parlato… Non essere triste, io tengo duro e sono convinta che il nostro amore sarà più forte di ciò che attualmente ci separa”.

Mentre le fortificazioni militari crescevano e i muri raddoppiavano, correndo paralleli tra di loro e lasciando nel mezzo quella che divenne famosa come la “striscia della morte”, cresceva l’anelito di libertà dei cittadini. Migliaia di persone, tra il 1961 e il 1989, tentarono di scavalcare il Muro: oltre 3000 vennero detenute per averci provato e secondo i registri dell’epoca centinaia furono le vittime, uccise perché colpevoli di aver tentato la fuga.

Così racconta, nel suo diario, la sedicenne Miriam, che nella notte di San Silvestro del 1968 cercò, invano, di passare dall’altra parte: ”Ho ancora le cicatrici che mi sono procurata tentando di scavalcare il Muro. Ricordo il filo spinato che si srotolava come un tubo, i pantaloni completamente strappati, io bloccata, senza potermi muovere. Un Arlecchino su un palcoscenico all’aperto. Arrivarono le guardie della Ddr – scrive ancora – e mi tirarono subito via. Mi portarono nel carcere della Dimitroff-Strasse, in una cella che misurava due metri per tre, con una piccolissima finestra molto in alto, un vetro opaco, una panchina con un materasso, un water, un lavandino. L’interrogatorio durò 10 notti, ogni notte per 6 ore, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Dieci giorni sono un tempo lunghissimo. Il tempo sufficiente per morire, nascere, innamorarsi, impazzire”.

Rileggendo queste parole, avvertiamo più forte che mai la responsabilità e il dovere civico, morale e politico di difendere la libertà dei cittadini come bene supremo, tutelato dalla nostra Costituzione come principio cardine della democrazia, senza mai dimenticare che la storia ci insegna quanto sia costata, per chi ha combattuto e lottato per essi, la conquista dei nostri diritti.

Ciò significa adoperarci ogni giorno, per trasmettere ai giovani la consapevolezza, il valore della conoscenza, il coraggio di cercare la verità al di là di ogni muro. È ciò che stiamo facendo oggi, mentre togliamo il velo alla targa con cui abbiamo voluto intitolare quest’area a “Giardino della Libertà”, quale omaggio alle donne e agli uomini che hanno pagato il prezzo più alto per il rifiuto di rassegnarsi al controllo ossessivo e alla violenza del totalitarismo, e consegniamo ufficialmente alla città la stele commemorativa che il Circolo “Luigi Einaudi” ha voluto donare come tributo a quelle vittime e come imperitura memoria di conoscenza dei valori della libertà e rifiuto e condanna di tutti i totalitarismi.

Oggi, con questi gesti, simbolicamente ci impegniamo a togliere tutti i veli – ideologici, politici, culturali – che ancora impediscono di rileggere con onestà ed equidistanza i fatti della storia. È solo consegnando ai nostri giovani il patrimonio di consapevolezza che deriva dalla conoscenza e dalla verità, di cui non dobbiamo mai avere timore, che possiamo dare loro gli strumenti per riaffermare il valore della libertà di fronte ad ogni muro che ancora la voglia negare, e onorare degnamente il ricordo di tutti coloro che hanno subito la violenza fisica e psicologica, le costrizioni e l’annichilimento dei regimi totalitari.

Nel nome di Ida, che il 21 agosto 1961, alla vigilia del 59° compleanno, morì per le ferite riportate gettandosi dalla finestra del suo appartamento al terzo piano, affacciato sul Muro costruito solo nove giorni prima, nel tentativo disperato di un salto che le permettesse di varcare il confine. Nel nome di Chris, che di anni ne aveva solo 20 quando il 5 febbraio 1989, fucilato dalle guardie che pattugliavano la barriera, cadde come ultima vittima all’ombra del Muro.

Nel nome della libertà che cercavano e cui oggi rendiamo il nostro tributo in questo giardino.