Mura ha tradito un’altra volta il suo grande amore, lo sport, per raccontarsi in musica. Con la stessa passione.
Aggiunge: “La canzone non è sorella minore né maggiore della poesia. Fa parte, allo stesso titolo, dei tesori di una lingua”.
E libro tenero: “Quella canzone di Jannacci è da brividi – commenta Mura – è disperatamente dolce e si può immaginarla solo in bianco e nero. È la vecchia “Dona che te durmivet”: lui, il marito? non importa, le aveva promesso di portarla al cine, ma si è fermato in latteria con gli amici, e lei piange e “si bagna il naso di gassosa”. Perché “dopo cinque anni questo è il risultato: che l’amore non c’è più. E allora mi decido a scomodare due parole importanti: poesia e capolavoro”.
Un riassunto quello di Mura, di mezzo secolo di canzone italiana, e non solo, da Alice ad Atahualpa Yupanqui, il volume di Gianni Mura. Il libro ci insegna che non si tratta soltanto di canzonette, di rime e ritmi, ma di capolavori che fanno parte del nostro costume. Non è un caso che Mura spenda parole bellissime per Sergio Endrigo e che definisca “Albergo a ore” versione Herbert Pagani e “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, pezzi della nostra storia recente. La Marini che una volta lo consolò. “No, non direi che sei stonato – gli disse – hai un modo tuo di cantare, diatonico”. Mura s’informò da un esperto: Diatonico? Totalmente stonato.
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