Bologna

2 agosto 2026, l’intervento del presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, Paolo Lambertini, nel 46° anniversario della strage alla stazione

Al termine, alle 10.25, i tre fischi del treno e il minuto di silenzio in memoria delle vittime

BOLOGNA – Di seguito il testo della comunicazione letta questa mattina in piazza Medaglie d’Oro dal presidente Paolo Lambertini a nome dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

“La strage della Stazione di Bologna ha impresso sull’identità dell’Italia un segno indelebile di disumanità da parte di una spietata strategia eversiva neofascista che mirava a colpire i valori costituzionali, le conquiste sociali e, con essi, la nostra stessa convivenza civile.”
Sono parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione dell’anniversario dello scorso anno.

Parole, dal profondo carattere istituzionale, chiare sulla vera intenzione del progetto stragista che con mani vigliacche e crudeli, il 2 agosto ’80 colpì questa stazione, questa città, tutto il Paese.

Soccorritori professionisti e volontari, cittadini di ogni età, di fronte ad un quadro straziante generato dall’esplosione, risposero con i fatti, con una ordinata mobilitazione civile. Una reazione composta e disciplinata contrapposta alla brutalità, alla violenza, alla barbarie. L’umanità contrapposta alla disumanità.

La violenza fascista era perfettamente descritta nel documento intitolato “linea politica” sequestrato ad un militante del gruppo neofascista Terza Posizione: “Bisogna arrivare al punto che non solo gli aerei, le navi e i treni e le strade siano insicure, bisogna ripristinare il terrore e la paralisi della circolazione … . Occorre un’esplosione da cui non escano che fantasmi.”

Ecco le terribili parole che circolavano nel 1980 all’interno del mondo eversivo che realizzò la strage.
Lo hanno confermato nel 2025 le due importanti sentenze della Suprema Corte. Nel gennaio 2026 si sono aggiunte le motivazioni, pubblicate dalla stessa Cassazione, relative al processo contro i mandanti della strage, in cui viene confermata la correttezza dell’impianto accusatorio a carico di PaoloBellini, Domenico Catracchia e Piergiorgio Segatel tutti condannati in via definitiva.
Il processo ai mandanti ha permesso di ricostruire la catena di comando che ha progettato, organizzato, finanziato e realizzato la strage del 2 agosto 1980.

Nonostante gli esiti giudiziari e i meticolosi accertamenti che le sentenze contengono, ancora oggi a 46 anni di distanza, assistiamo a continui tentativi di revisionismo e di disinformazione che hanno come obiettivo quello di “normalizzare”, nel dibattito pubblico e nella società, le posizioni di stragisti quali Gilberto Cavallini. Come se si trattasse di detenuti comuni e non di eversori dell’ordine democratico. Come se lo stragismo fosse considerabile un reato qualsiasi, anziché un attentato alla nostra democrazia e alla libertà collettiva.
A conferma di questo atteggiamento citiamo solo gli ultimi episodi di una lunga e decennale sequenza: lo sciopero della fame e la maratona oratoria inscenati negli ultimi mesi per “sensibilizzare” l’opinione pubblica e le istituzioni sul tema della carcerazione in isolamento diurno di Cavallini.

L’ennesima iniziativa pubblica di sostegno ad un esponente dello stragismo neofascista che ha trovato il solerte supporto di parlamentari (non solo della destra) e giornalisti. Tutti storici o giudici improvvisati, che continuano a negare le evidenze dei dati di realtà, emersi da decenni di inchieste della magistratura e dalla imponente mole di documenti raccolti.
Nessuno ha ricordato che la decisione sulla carcerazione di Gilberto Cavallini è stata adottata dalla Suprema Corte di Cassazione, con una motivazione ineccepibile, fondata sul diritto.
Viene utilizzata come cavallo di Troia una mobilitazione sul delicatissimo tema delle carceri, per rilanciare l’ennesimo tentativo di disinformazione riguardo alle sentenze passate in giudicato e al curriculum criminale di Cavallini.
Mentre tutto ciò accadeva, qualche giorno fa, abbiamo scoperto che il 15 ottobre prossimo la difesa di Gilberto Cavallini cercherà di ottenere un nuovo esame del DNA sui resti prelevati dalla tomba di Maria Fresu, vittima della strage.

È la riproposizione della cosiddetta pista palestinese!
Una pista falsa che ha ottenuto tutte le risposte in sede giudiziaria, in motivazioni che con essa si sono misurate.
Bastano questi episodi ad indicarci che è necessario tenere la guardia alta.
E la terremo!

Ci chiediamo se il fronte che si è mobilitato per Gilberto Cavallini esprima pari sensibilità di fronte alle tragiche storie del capitano Francesco Straullu e dell’agente scelto Ciriaco Di Roma, massacrati e martoriati nel 1981 dagli spari in un agguato realizzato da un commando dei NAR di cui Cavallini faceva parte, oppure di fronte alla storia del giudice Mario Amato, che il 23 giugno 1980 venne assassinato dallo stesso Cavallini con un colpo alla nuca sparato a distanza ravvicinata. Mario Amato, il cui lavoro è risultato fondamentale durante gli ultimi processi per la strage di Bologna, era il sostituto procuratore di Roma e, con le sue indagini, era giunto ad importanti “verità d’insieme” entrando in rotta di collisione con il corpo nero dell’eversione e soprattutto scontrandosi con il “gioco grande”, come lo chiamava Giovanni Falcone, riferendosi ai complessi intrecci tra criminalità organizzata, vertici mafiosi, alta finanza, poteri occulti e apparati deviati dello Stato, suggerendone l’esistenza anche quando parlava delle “menti raffinatissime” che stavano dietro ai delitti politici e agli attentati.
Giovanni Falcone e Mario Amato avevano ragione: il male è anche dentro a parti importanti dello Stato e delle Istituzioni. Ed è il male che ferisce più profondamente. L’omicidio Amato, al netto delle bugie raccontate nel tempo dai suoi assassini, rappresentò un passaggio basilare della strategia adottata dai neofascisti per poter realizzare senza ostacoli, poco più di un mese dopo, la strage di Bologna. Senza quell’omicidio, infatti, la trama che si andava componendo sarebbe stata svelata ed i piani stragisti vanificati.
Oggi quella verità d’insieme di cui parlava Mario Amato l’abbiamo raggiunta.
Dalle sentenze pronunciate nei confronti di Paolo Bellini e di Gilberto Cavallini si colgono molto chiaramente le linee di continuità che hanno contrassegnato la violenza politica in Italia anche all’inizio degli anni Novanta, con la riproposizione di logiche stragiste.

Tutto quello che sta venendo alla luce sulle strategie eversive degli anni Novanta nasce infatti nel decennio precedente ed è stato funzionale a bloccare – un sistema istituzionale e politico – fedele alla Costituzione. Anche questa è storia del nostro Paese.
“La storia siamo noi” recitano le parole di una canzone famosa.
E la Storia non è fatta solo di figure istituzionali, traditrici o eroiche, ma anche di tanti semplici cittadini, che hanno sempre fra le loro mani la scelta di come essere: pavidi o coraggiosi, calcolatori o leali.
Nel nostro cammino abbiamo incontrato tante persone, straordinarie nel loro essere normali, nei loro gesti semplici, nella loro serietà e professionalità, nella loro fedeltà ai valori della Costituzione e nel costante impegno civile.
Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto: COLTIVARE LA MEMORIA NON È SOLO RICORDARE 85 VITE SPEZZATE, È PRETENDERE LA PIENA VERITÀ, DIFENDERE LA DEMOCRAZIA, CONSEGNARE AI GIOVANI LA FORZA DI UNA COMUNITÀ CHE NON SI PIEGA.

Sono infatti 45 gli anni in cui la nostra Associazione si è tenacemente battuta per ottenere verità e giustizia. Un dovere ed un impegno quotidiano.
Ma abbiamo anche un altro vizio, quello che Gherardo Colombo chiama “il vizio della memoria”.
È un vizio che coltiviamo negli incontri con le scuole attraverso un progetto nato, oltre dieci anni fa, grazie alla storica Cinzia Venturoli, sostenuto dall’Assemblea legislativa della Regione E-R e cresciuto anche grazie agli insegnanti.
Incontriamo studenti delle scuole di ogni ordine e grado, raccontando non solo cosa è successo il 2 agosto, ma anche cosa le 85 vittime, persone comuni, abbiano rappresentato per gli stragisti: strumenti, vittime sacrificabili dentro logiche politiche finalizzate a destabilizzare, sconvolgere, frenare e condizionare lo sviluppo democratico di un Paese, la cui straordinaria Costituzione repubblicana cercava ancora una piena realizzazione in tutte le sue parti.
Sono oltre 10.000 i ragazzi incontrati nell’ultimo anno scolastico.
Ci piace l’idea di trasmettere gli esempi di una comunità che non si piega e di un’Associazione che tra molte difficoltà, ha conservato nel proprio DNA la fiducia nello Stato di diritto, in uno Stato fatto da tante persone straordinarie.

Tra queste Enzo Cicco. Lui e il suo collega Giorgio Lolli, poco più che diciottenni, arrivarono per primi il 2 agosto con una telecamera qui in stazione e registrarono per l’intera giornata le immagini che ancora oggi raccontano più di tutte i primi momenti dopo l’esplosione. Bene, quei filmati, per loro volontà sono da sempre rimasti disponibili, senza costi, per chiunque li abbia voluti utilizzare. Documenti liberi che ora sono stati donati alla nostra Associazione. Gesti significativi, emozionanti. Per noi esempi da raccontare.

Così come è da raccontare la storia di un ispettore della Polizia, Consilio Pacilio, che non si piegò di fronte alle pressioni e ai ricatti subiti da Domenico Catracchia, un fiduciario dei Servizi Segreti (condannato nell’ultimo processo per falsa testimonianza aggravata) e all’epoca in diretto e stretto rapporto con il vice-Direttore del Sisde e futuro Capo della Polizia, Vincenzo Parisi. Consilio Pacilio continuò le sue indagini, scoprendo i documenti utili a comprendere come numerosi appartamenti di via Gradoli a Roma fossero un luogo dove convergevano interessi dei vertici dei Servizi Segreti e dei terroristi. I NAR ne fecero una loro base logistica dopo la strage di Bologna, come le BR avevano fatto durante i primi 30 giorni del sequestro Moro.

Vogliamo ricordare anche un’altra persona, Alberto Mazzanti. È la persona di cui, tutti coloro che sono stati presenti in passato nelle manifestazioni, hanno conosciuto la voce: è l’uomo che prima di Matteo Belli, che altrettanto ringraziamo, per tanti anni ha fatto da speaker volontario su questo palco e che ci ha lasciato lo scorso inverno.

Sono esempi, persone che vanno raccontate, anche per fare da contraltare ai peggiori esempi che, in questa lunga storia, sono i protagonisti negativi. Vogliamo dunque tracciare il solco tra chi ha agito da uomo delle istituzioni, o da semplice cittadino onesto, e chi ha agito contro le istituzioni per sfregiarle e per distruggerle. Come lo stragista Paolo Bellini.
Paolo Bellini nei mesi scorsi dal carcere di Padova ha scritto una lettera, recapitata alla Gazzetta di Reggio, annunciando di voler chiedere l’eutanasia. Siamo oramai abituati a questo tipo di comunicazioni. È un messaggio ? A chi si sta rivolgendo Bellini ? Forse sono messaggi perché si sta indagando a Caltanissetta sui suoi rapporti con Cosa Nostra per le stragi del ’92 ? O perché sono in corso indagini a Firenze per la strage di Via dei Georgofili del ’93 ?

Certo non comunica più ai suoi appoggi degli anni ’70 come furono gli avvocati ed ex parlamentari del MSI Franco Mariani e Stefano Menicacci, quest’ultimo legale di Stefano Delle Chiaie; o come Ugo Sisti, nel 1980 Procuratore capo di Bologna, che la mattina del 4 agosto, con la città ancora scioccata e con le macerie della stazione ancora fumanti, venne trovato dalla polizia alla Mucciatella, ovvero l’hotel gestito dal padre di Paolo Bellini. Per riposarsi, dichiarò.
Certo Bellini non parla a chi è deceduto. Molto più probabilmente parla agli eredi di quello stesso sistema infetto che riuscì persino a togliere la scritta “Bologna” da una importante prova, oggi nota come “documento Bologna”, che ha permesso di ricostruire i flussi di denaro utilizzati per finanziare la strage.
Conosciamo il nome del finanziere che tolse la dicitura “Bologna”, ma da chi partì l’ordine?
Le domande senza risposta sono ancora molte.
Perché le informative allarmate del prefetto Santillo sulla Loggia P2 degli anni ’74, ’75 e ’76 rimasero inascoltate?
Negli anni successivi lo stesso prefetto fu candidato per la direzione del SISDE, il Servizio di sicurezza civile, ma al suo posto venne nominato Giulio Grassini, uomo che poi si scoprì iscritto proprio alla P2. A proporlo fu il Ministro dell’interno Francesco Cossiga. A nominarlo fu l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

E allora nelle analisi giudiziarie, politiche e storiche di questo Paese è necessario conoscere il ruolo della P2 e di Licio Gelli. Lo hanno fatto i processi, prima individuando il capo della Loggia massonica come depistatore e poi come mandante e finanziatore della strage.
Ma Licio Gelli non era solo e non è stato privo di eredi.
Gelli fu uomo capace di ricattare lo Stato. Lo sappiamo grazie al documento definito “Artigli”, recapitato nel 1987 dal Capo della Polizia Vincenzo Parisi al Ministro dell’Interno Amintore Fanfani, e scoperto solo decenni dopo grazie alla Procura Generale di Bologna e ai Magistrati Ignazio De Francisci, Umberto Palma, Nicola Proto e Alberto Candi, che ancora oggi dobbiamo indicare come esempi di competenza e straordinaria professionalità.
Sono uomini come loro che ci aiutano a mantenere salda la fiducia nello Stato.

“La P2 arriva a tutti”, soleva dire il Capo della stessa Loggia.
Se, con il documento “Artigli” del 1987, Licio Gelli minacciò gli esponenti delle istituzioni di rivelare indicibili segreti e scomodi rapporti, già nel 1981 aveva fatto ritrovare “un venerabile ricatto” articolato in due documenti politici che alludevano alla cornice nella quale si erano consumate la strage di Bologna e quelle precedenti.
Il primo era il cosiddetto manuale Westmoreland (dalla firma del generale americano William Westmoreland), il secondo era il Piano di rinascita democratica. Un accoppiamento che tracciava e indicava una linea di continuità tra la precedente strategia terroristica, quella della guerra non ortodossa, e il nuovo progetto di svuotamento delle istituzioni dall’interno. Una strategia di segno antidemocratico e contrario alle forze progressiste del nostro Paese, che mirò al superamento degli equilibri e degli assetti costituzionali per sostituirli con una “Repubblica presidenziale” di marca piduista.
Oggi sappiamo che i vertici della loggia P2 intendevano imporre il Piano di rinascita democratica sotto la spinta destabilizzante delle bombe e del terrorismo indiscriminato. E allora, come monito per il presente, non possiamo commettere l’errore, che sarebbe fatale, di sminuire o dimenticare gli obiettivi definiti da quel piano: dal controllo della Magistratura a quello dei mezzi di informazione; dall’indebolimento dei sindacati alla riduzione della partecipazione democratica dei cittadini.
Noi non possiamo permetterci di fare come il Ministro Nordio che ha dichiarato di non conoscere il Piano di Rinascita democratica. Lo deve conoscere quel Piano signor Ministro! Se lo legga, per cortesia!
Le tornerà in mente che la separazione tra funzione requirente e giudicante e il depotenziamento del Consiglio Superiore della Magistratura (con la conseguenza che quest’ultimo avrebbe dovuto rispondere al Parlamento anziché restare indipendente) erano proprio punti del Piano di rinascita democratica.
Certamente non lo ha dimenticato la maggioranza che si è espressa al referendum del 22 e 23 marzo scorsi.

Oggi dobbiamo ricordare – che su quello stesso documento – è indicato come obiettivo anche il Presidenzialismo. Un progetto volto allo stravolgimento dell’assetto costituzionale nato insieme alla Repubblica ottant’anni fa, come frutto della Resistenza partigiana antifascista.

Teniamo dunque alta l’attenzione su cosa sta accadendo attorno a noi, nelle istituzioni, nella politica e nella società. Ogni forma di delegittimazione dello Stato di diritto e di indebolimento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, rappresenta un passo in direzione antidemocratica.
Occorre contrastare chi investe e capitalizza sulla paura. Occorre contrastare chi investe e capitalizza sulla sfiducia nelle istituzioni e sul disimpegno.
Occorre contrastare chi continua ad investire sulla disinformazione tentando di manipolare la verità, diffondendo false informazioni, rappresentando contesti in maniera distorta.

Il presidenzialismo, ri-proposto dal Presidente del Consiglio Craxi già nel 1981, lo aveva da sempre sostenuto il segretario missino Giorgio Almirante. Lo stesso Almirante che ancora oggi viene ricordato negli anniversari della sua morte come grande statista e uomo politico, dimenticando e omettendo parti rilevanti della sua vita politica. Limitando il nostro riferimento al solo periodo repubblicano, ricordiamo il sostegno che diede a Carlo Cicuttini, complice della strage di Peteano, nella quale morirono tre giovani Carabinieri. Non va dimenticato.

Ecco perché da ogni Presidente del Consiglio, ci aspettiamo un approccio rigoroso e onesto. Oltre a definire buia la strage del 2 Agosto, va trovato il coraggio di dire non solo che è “buia”, ma che è qualcosa di più: che è la pagina più nera del neofascismo italiano e dei pezzi dello Stato che tradirono la Repubblica.

Un coraggio che deve trovare coerenza nei fatti.
E tra i fatti va messo in evidenza il lavoro di desecretazione di tutti i documenti sullo stragismo e il terrorismo, Gladio e la P2. Prima Prodi, poi Renzi, poi Draghi hanno emanato direttive a questo scopo. Ed è iniziato un duro lavoro per attuarle, anche grazie all’attività del Comitato che da dieci anni, con fasi alterne, inciampi e conquiste, si impegna per rendere la documentazione accessibile a tutti.
Molto è stato fatto, ma le criticità sono numerose: interi archivi sono scomparsi, come quello del Ministero dei trasporti che è stato il più coinvolto negli attentati degli anni Ottanta: treni, aerei, stazioni ferroviarie. Per questo è stata appena istituita una commissione di indagine amministrativa che dovrà fare chiarezza sul buco enorme nella documentazione dello stesso Ministero proprio per gli anni coevi alle stragi.
Le carte non spariscono da sole. E noi vogliamo che venga fatta chiarezza su questa enorme lacuna di una importante amministrazione dello Stato che ha l’obbligo di conservare al meglio i propri archivi.

C’è un attimo avvenuta l’esplosione, tra le macerie e i vetri, in cui si quieta tutto prima delle grida, delle sirene concitate: è un attimo nel quale non si crede veramente che sia accaduto quello che si vede. È lì che si comprende il senso di una strage, quando il silenzio avvolge e copre senza scelta e senza distinzione come la gente attorno a una stazione che prende il treno per lavoro o per le ferie, a inizio agosto di mattina, come sempre.

Sono le parole della poesia “Il senso di una strage” di Matteo Fantuzzi, autore caro, scomparso poche settimane fa.

Tra poco la piazza si quieterà di nuovo, in uno dei momenti che è tra i più emozionanti. Quel minuto di silenzio, quella sospensione collettiva, momento di assenza di rumore che ci aiuta a riflettere sull’assenza improvvisa di vita. E lo fa più di tante parole.

È un momento di risveglio della coscienza che incarna il presente. Un istante della memoria che guarda al passato. L’assunzione di una responsabilità che investe il futuro.
Quell’attimo di silenzio è il vero momento della scelta.
In quel momento, si prende atto che l’irreparabile resta tale. Ma esiste la possibilità di scegliere come restare vivi dopo.
Si accetta quello che non si può cambiare, si sceglie di voler cambiare quello che non si può accettare.
L’unica cosa necessaria affinché il male trionfi è che le persone buone non facciano nulla: a Bologna nessuno è rimasto indifferente.
Pensiamo alla forza di ciò che abbiamo fatto insieme, alla forza di questa piazza unita da una responsabilità collettiva, da una vigilanza democratica che abbiamo e che continueremo ad avere, perché questa strage è di tutti, ma soprattutto è di tutti la verità e la giustizia che ci è dovuta.

Grazie per la vostra partecipazione!”

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Pubblicato da
Roberto Di Biase

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