Di Matteo: pene più severe per il concorso esterno

pene più severe per il concorso esternoSe l’Italia non fa abbastanza per combattere le mafie, l’Europa fa ancora meno

REGGIO EMILIA – Se l’Italia non fa abbastanza per combattere le mafie, l’Europa fa ancora meno: ma se il cammino da compiere è ancora molto lungo, farlo insieme ai tanti giovani che per tutta la settimana hanno accompagnato questa sesta edizione di “Noicontrolemafie”, ci permetterà di giungere prima al traguardo di una società e di un Paese liberi da ogni mafia. Questo il messaggio uscito dal convegno che stamattina al centro Malaguzzi ha chiuso gli appuntamenti cittadini del Festival della legalità promosso dalla Provincia di Reggio Emilia, riunendo le principali toghe italiane impegnate nella lotta alla criminalità organizzata.

“Contro le mafie in Italia ed Europa: quali rischi, quali norme” il tema affrontato – sotto l’abile regia del coordinatore dell’associazione antimafia Cortocircuito di Reggio Elia Minari – davanti a sindaci, rappresentati di istituzioni e forze dell’ordine, cittadini, ma soprattutto oltre 200 studenti delle superiori.

Ad aprire i lavori, il direttore scientifico di “Noicontrolemafie”, lo scrittore e studioso di mafie Antonio Nicaso, che ha ricordato come “la storia delle mafie sia una storia di violenza di relazioni e di patologia del potere, e dunque anche di trattative con la classe dirigente come si conviene a un fenomeno reazionario e non rivoluzionario, che sta dalla parte dei forti e dei ricchi”. “Purtroppo anche l’antimafia risponde a logiche di potere”, ha continuato Nicaso auspicando “l’abolizione delle correnti nel Consiglio superiore della magistratura, perché troppo spesso si è sacrificato il valore di tanti giudici sull’altare delle appartenenze e gli uomini liberi, senza legami, fanno purtroppo fatica ad emergere”. In quanto al tema del dibattito, “la nostra legislazione antimafia è una legislazione d’emergenza, nata sull’onda emotiva di stragi e attentati, è ampiamente migliorabile, ma è comunque meglio del nulla prodotto da un’Europa in cui credevo, ma che mi ha profondamente deluso dopo aver visto che a Bruxelles, due anni di impegno mio, di Gratteri e di tanti altri, non hanno prodotto il minimo risultato…”.

Il presidente della Provincia di Reggio Emilia, Giammaria Manghi, ha presentato un primo bilancio di questa sesta edizione di un Festival della legalità “che ci ha portato a parlare soprattutto ai giovani, investendo sul nostro capitale umano, perché è sulle nuove generazioni che si costruisce la pietra angolare del nostro vivere, e l’immagine di questa sala piena di ragazzi è la migliore cartolina che possiamo consegnare al termine di una settimana di iniziative”. Una settimana, ha continuato Manghi, che oltre a “una collaborazione alacre, costante e credibile da parte delle istituzioni reggiane ed emiliane, ha fatto emergere grande partecipazione e grande interesse da parte dei ragazzi ad ognuna delle 40 iniziative, unita quest’anno anche all’impegno di professionisti e forze economiche, in una circolarità tra città pubblica e privata che attraverso questa sinergia lancia un segnale forte di una comunità militante, impegnata a combattere le mafie a 360 gradi”.

“Abbiamo capito che la mafia c’è, ma c’è anche la nostra militanza: la comunità è in campo, si adopera per reagire prontamente ed è sbagliato scambiare una parte per il tutto”, ha concluso Manghi invitando i reggiani “a essere nuovamente resistenti, riprendendo gli ideali del 1945, perché questo è il modo migliore per avere la certezza che Reggio ce la farà, che il muro verrà eretto, la mafia sarà fermata e sapremo costruire in modo sano il nostro futuro”.

Ha quindi portato il suo saluto il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, che ha a sua volta sottolineato come “questa terra abbia la cultura politica per affrontare i momenti importanti della nostra storia: è stato così contro il fascismo e contro il terrorismo, ora quel testimone ci viene passato per una nuova Resistenza, per tener vivo l’insegnamento dei tanti ragazzi che tra il 1943 e il 1945 fecero una scelta di campo ben precisa”. “Chi è onesto non deve aver paura di nulla, e sono convinto che il popolo degli onesti sconfiggerà questo grande male”, ha concluso il sindaco.

Primo magistrato a intervenire, il pubblico ministero nella Direzione distrettuale antimafia di Palermo Nino Di Matteo, che si è detto “felice di confrontarmi con tanti giovani, perché purtroppo questo Paese sta sempre più perdendo la sua memoria e la capacità di indignarsi, quindi di fronte a questa pericolosa rassegnazione, iniziative come “Noicontrolemafie” mi riempiono il cuore, mi fanno sperare che questo andazzo cambi, nonostante tutto e nonostante tanti, perché resiste una quota importante di cittadini e di associazioni che, con entusiasmante passione civile, dimostrano di avere a cuore la verità, la giustizia e la democrazia”.

“Il contrasto serio alle mafie dovrebbe essere il primo problema di un Paese perché l’incidenza della mentalità mafiosa investe le nostre istituzioni e riguarda tutti noi – ha proseguito – Noi magistrati dobbiamo ricordarci sempre che siamo al servizio della collettività, dobbiamo avere indipendenza, coraggio e decisione nel garantire i diritti costituzionali, a partire dal fatto che la legge è uguale per tutti. La nostra indipendenza non è un privilegio di casta, ma garanzia di libertà per tutti i cittadini contro gli attacchi dei tanti che vorrebbero trasformarci in burocrati attenti a non disturbare il potere. Ma anche noi magistrati dobbiamo rifuggire la strisciante tentazione di decidere la nostra condotta secondo criteri di opportunità politica e non in base alla doverosità del nostro agire. E mi spaventa sentire sempre più affermare a vari livelli istituzionali, anche alti, che un magistrato deve valutare le conseguenze della propria condotta a livello politico, o definire inopportune certe sentenze pure giuridicamente ineccepibili”.

“Nel dna della mafia da sempre c’è la ricerca esasperata e metodica del rapporto con gli altri poteri, perché in assenza di questi legami la mafia non sarebbe mai diventata così potente. Lo Stato, invece, a partire dalla politica, non ha dimostrato la consapevolezza speculare e contraria della necessità di recidere i rapporti tra potere e mafia per sconfiggerla: per questo, pur avendo vinto tante importanti battaglia, non intravediamo la vittoria della guerra alle mafie…”, ha aggiunto Di Matteo. Eppure “basterebbe leggere le sentenze definitive, come quella del processo Andreotti o quella su Dell’Utri in cui si parla del patto di cui fu mediatore, e che venne rispettato dal 1974 al 1992 tra i vertici delle famiglie palermitane e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi, che nonostante ciò ancora due anni fa era interlocutore politico del governo e delle istituzioni anche per riformare la nostra Costituzione…”.

Per il pm di Palermo bisogna dunque “avere il coraggio della verità e di ricordare fatti che nessuno vuole più ricordare, ma serve anche un cambio di mentalità: bisogna abbandonare il pregiudizio culturale che giudica più grave l’appartenenza mafiosa del concorso esterno da parte di chi, consapevolmente, collude con la mafia: perché prestigio e potenza criminale si accrescono molto di più con l’apporto di esterni che non con l’affiliazione di tanti adepti”.

Anche per questo, secondo Di Matteo, “è inaccettabile l’attuale sistema normativo a doppio binario”, così come la riforma dell’articolo 416-ter sul voto di scambio rappresenta una “grandissima occasione persa, prevedendo pene più contenute rispetto al 416-bis e, dunque, giudicando meno grave il fatto che un candidato consapevolmente chieda i voti della mafia promettendo e poi rendendo favori…”. Da rivedere anche la legislazione “ancora gravemente carente per fenomeni corruttivi che si intrecciano tra politica e mafia” e “scandaloso il fatto che più del 95% dei processi per reati contro la pubblica amministrazione cada in prescrizione, che è la mortificazione più inaccettabile degli sforzi di magistrati e investigatori, dei diritti delle vittime e dei cittadini che chiedono giustizia”.

Ma se il sistema in Italia presenta più di una pecca, in Europa siamo messi ancora peggio. Per il procuratore aggiunto della Repubblica al Tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, “l’Europa è una grande prateria dove chiunque può pascolare, dove non c’è controllo del territorio e la polizia giudiziaria è di non grande livello, specie in confronto a quella italiana che è la migliore al mondo perché ancora incentrata sulla cultura dell’investigazione, mentre altrove gli investigatori preferiscono fare i compratori di notizie”.

“L’Europa è piena di mafiosi che vendono cocaina e con quei soldi sporchi acquistano tutto ciò che è in vendita; sono in Germania, Belgio, Olanda, Francia, Portogallo e Svizzera, non spargono sangue e non creano allarme sociale e per loro è più facile operare perché non esistono una Procura federale e una legislazione antimafia in un’Europa che è solo bancaria e monetaria, priva di una politica comune che si preoccupi di sicurezza – ha concluso – I politici europei non si interessano della mafia perché l’opinione pubblica non è informata e non protesta, se non quando la ‘ndrangheta commette errori come la strage di Duisburg, non ammettono di avere le mafie per non scoraggiare gli investitori”.

“In Europa siamo in effetti all’anno zero nell’opera di contrasto alle mafie, e purtroppo gli ultimi gravissimi attentati terroristici porteranno ad abbandonare molte indagini, che in Italia hanno invece raggiunto livelli eccellenti”, ha confermato il sostituto procuratore del Tribunale di Palermo Francesco Del Bene. “L’impegno della politica, in Italia, si nota e non si nota: le leggi approvate, anche se buone, spesso in realtà comportano solo problemi a investigatori prima e ai giudici poi”, ha continuato aggiungendo che “speravo che il Governo Renzi nominasse Gratteri ministro, perché è un magistrato conosce la realtà dei problemi e soprattutto i rimedi per affrontare la criminalità “.

Bocciati, da Del Bene, anche gli organi di informazione, ancor più dopo “l’obbrobrio dell’intervista al figlio di Totò Riina sulla tivù Stato, che mi ha indignato non tanto per per quanto detto dal figlio del boss, ma per l’atteggiamento della stampa che non ha incalzato adeguatamente l’interlocutore”. Dopo aver citato l’esempio di Mauro Rostagno, il giornalista “torinese figlio di operai ucciso dalla mafia nel 1988, che ha dimostrato un coraggio tremendo, specie se raffrontato con i troppi giornalisti oggi proni al sistema politico e a agli indagati”, il magistrato palermitano ha denunciato “l’attenzione pari a zero della stampa nei confronti dei processi di mafia”.

Ha chiuso l’intensa mattinata il consigliere di Corte d’appello del Tribunale di Palermo Mario Conte, che si è incentrato sulle “altrettanto importanti misure da attuare nel contrasto alle mafie fuori dai palazzi di giustizia, come questo bel festival al quale partecipo con grande gioia e grandissimo onore da sei anni per aiutare voi giovani a recuperare una serie di valori che noi adulti abbiamo purtroppo perso”. “Per farvi capire che purtroppo oggi non basta fare il nostro dovere, serve che ognuno di noi sia testimone di quello che succede a partire da ciò che non va: che informare è importante, ma ancora di più è il gioco di squadra, perché come ci insegna il basket un quintetto di cinque giocatori di medio livello batterà sempre una formazione composta da una star e da altri quattro che non giocano come squadra…”, ha continuato Conte, concludendo con appello: “La lotta alla mafia dovrebbe essere la priorità in un Stato civile, ma purtroppo viene considerata un impaccio, una sorta di fastidio, non solo dalla politica, ma anche dalla informazione. Dobbiamo allora scendere in campo quotidianamente, abbiamo un dovere che non nasce dalla nostra attività, ma dallo svolgere una funzione fondamentale: quella di genitore e uomo, non di magistrato o di politico…”.