Ravenna

Tutto esaurito alla conferenza di Claudio Spadoni su Mattia Moreni alla Fondazione Sabe di Ravenna

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RAVENNA – Ha fatto registrare il tutto esaurito, ieri sera alla Fondazione Sabe per l’Arte di Ravenna, la conferenza di Claudio Spadoni, storico dell’arte, critico e curatore, tra i massimi studiosi dell’arte italiana del Novecento, su “Mattia Moreni. Prima e dopo l’informale”. Una vera e propria presentazione di lusso della mostra di prossima apertura al MAR – Museo d’arte della Città, per l’appunto intitolata “Mattia Moreni. Dalla regressione della specie all’umanoide” (1 marzo-3 maggio). «Questo è un incontro a cui tenevamo molto – afferma Pasquale Fameli, direttore artistico della galleria con sede in via Pascoli 31, fondata nel 2021 da Norberto Bezzi e Mirella Saluzzo –. Fa seguito all’avvio in questi mesi di un importante progetto espositivo, il più ampio e articolato mai dedicato a un artista dal respiro internazionale ma fortemente legato alla Romagna come Moreni, promosso dall’Associazione Mattia e coordinato da Spadoni. Consiste in cinque mostre in altrettante sedi museali: l’ex Convento di San Francesco a Bagnacavallo, il Museo San Domenico di Forlì, la Galleria d’Arte Contemporanea “Vero Stoppini” di Santa Sofia, il MAMbo di Bologna e il MAR di Ravenna».

«Mi è stato più volte chiesto come mai l’artista oggi sia sconosciuto ai più o comunque poco noto – afferma Spadoni, che è anche membro del Comitato Scientifico della Fondazione Sabe per l’Arte –. In realtà critici e storici della mia generazione se lo ricordano bene, ma quelli delle ultime generazioni quasi lo ignorano. Chi è stato Mattia Moreni? Ne ha dato una definizione perfetta Italo Calvino nel 1946, dopo aver visto una sua mostra quando aveva appena 25 anni: “Un personaggio spiritato, diabolico, lunatico, irrazionale, capriccioso, bizzarro, un giovane pittore di spigliata fantasia e di orgogliosi intenti”». La sua è una storia molto complessa, iniziata con una formazione per certi aspetti anomala. Figlio di un ufficiale di cavalleria, è nato a Pavia nel 1920, si è trasferito a Gorizia, poi a Torino, in Romagna per sfuggire alle rappresaglie fasciste, e di nuovo a Torino dove ha frequentato l’Accademia Albertina, ispirata alle linee quasi dogmatiche di Felice Casorati. Ma lui, dopo aver avuto come maestri Cesare Maggi ed Enrico Paolucci, ha preso presto una sua strada perché mosso da una capacità espressiva incontenibile sin dagli esordi.

«Una caratteristica importante di Moreni – ricorda Spadoni – è il cambiamento e la metamorfosi come scrisse più volte Giulio Carlo Argan. Al contrario di artisti che una volta raggiunta la notorietà rimangono ancorati a una certa cifra stilistica, preferisce continuare il suo percorso, trasformare la sua linea espressiva mantenendo però un filo conduttore». Spadoni ripercorre le principali tappe dell’evoluzione di Moreni, soffermandosi sui passaggi tra Neocubismo, Ultimo Naturalismo, Informale e sulle fasi successive, offrendo una lettura critica approfondita di uno degli artisti più significativi del secondo Novecento italiano. I suoi primi lavori, autoritratti sulla figura femminile dai caratteri curiosi, il drammatico e il grottesco, e nature morte, dai colori aspri e acidi, già dimostrano l’impossibilità di farlo rientrare in una categoria, un’autonomia rispetto ai raggruppamenti e alle linee di tendenza dominanti dell’epoca. «Non si schiera e non aderisce a gruppi – racconta Spadoni – con la sola esclusione del coordinamento di Lionello Venturi, il gruppo degli Otto presentato alla Biennale di Venezia del 1952, un importante movimento artistico di orientamento astrattista-concreto, in cui furono gli artisti stessi, pur diversi fra loro, a mettersi insieme per ragioni di opportunità».

Per il critico Francesco Arcangeli, “Nessuna opera meglio di quella di Moreni saprebbe illustrare meglio la ricchezza dell’attuale confusione, non solo di tipo artistico ma anche ideologico e morale” nei tempi caratterizzati dalla guerra fredda, dopo i disastri della guerra e l’incubo delle bombe nucleari. Nel 1956 si trasferisce a Parigi ed esplora una pittura gestuale e materica. Moreni ha sempre negato di essere un informale, ricorda Spadoni, e non c’è una sua opera che non abbia riferimenti alla concretezza della realtà, che sia una realtà della natura o dell’uomo. Dagli anni Settanta in poi si susseguono opere incentrate su decadenza e tecnologie, con le serie “Angurie”, “Pellicce”, “Atrofiche” e “Grandi Marilù”, sino all’ultimo ciclo degli “Umanoidi”. «A Moreni vanno riconosciute intuizioni e folgorazioni che altri non avevano – conclude Spadoni –. Con quarant’anni di anticipo, per esempio, ha cominciato a parlare di intelligenza artificiale e di umanoidi tecnologici».

Alla Fondazione Sabe per l’Arte è in corso la mostra “Immagini nello spazio”, personale dell’artista tedesca Nataly Maier a cura di Cristina Casero, che resterà aperta fino al prossimo 12 aprile, a ingresso libero, nelle giornate di giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 19.

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Pubblicato da
Roberto Di Biase

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