Ci si interroga di questi tempi su come poter dare prospettive e futuro alle aree interne, alle zone rurali, a come non disperdere la ricchezza dei nostri paesaggi. Credo che la risposta sia proprio nell’insegnamento di quei due amici, di Tonino e Gianni: la cura della bellezza, l’attenzione alle piccole come alle grandi cose. Che se sono belle sono ugualmente grandi. Sia un albero da abbracciare, sia una valle, una chiesa, una ceramica da custodire. C’è questo testimone, questo lascito, da sapere prendere: che il paesaggio può diventare economia sia con la cultura (cosa c’è di più bello di un tappeto pietrificato sospeso tra nuvole e monti) sia con la coltura (come i grani antichi). E che lo sviluppo, l’impresa e il lavoro, senza le scorciatoie che hanno brutalizzato bellezze e sostenibilità, saranno più solidi nel cambiamento che ci aspetta.
Quando muore qualcuno che ha lasciato un segno forte, a volte lo si decanta; però spesso il rischio è che, passato il momento, se ne dimentichino gli insegnamenti.
“Speremma ch’in faza cazedi”.
“Ma no, Tonino, è una cosa bellissima, bsògna fela”.
Staranno già discutendo lassù.
Non so se l’ottimismo sia il profumo della vita, ma la fiducia e il coraggio che ci hanno insegnato, che “bsogna fè al cosï beli“ , deve essere un insegnamento per tutti.
Gianni, saggio e buono amico mio e nostro, custode di tesori e memoria di valle e bellezza. Ti abbraccio mentre suonano per te le campane di Lasha, ti spalanca le porte Tonino e noi qua che ti vedremo sempre sbucare, magari a Natale, con il vischio in mano da regalare a chi incontri. Ti ho voluto bene. Brindate per noi lassù.
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