La vicenda narrata da Renzo Modiano si svolge in un periodo segnato da due date, l’8 settembre del ’43 e il 4 giugno del ’44, e due frasi, la prima pronunciata gravemente dal padre “I tedeschi prendono gli ebrei” e la seconda, esclamata con gioia quasi incredula, dalla madre: “Se ne vanno, se ne vanno!”.
Renzo ha sette anni, vive nel ghetto di Roma con i genitori, il fratello, la sorella. Come tutti i bambini ha il suo album di ricordi, fra i quali però ne spiccano alcuni che lo rendono diverso: la pagella scolastica con la scritta in rosso ‘di razza ebraica’, l’espulsione da un luogo di villeggiatura, il sequestro delle radio di casa, l’allontanamento dalla famiglia di un compagno perché ebreo.
D’improvviso, subito dopo l’armistizio, comincia per il bambino un angoscioso lentissimo film dal colore grigio. Il padre, messo sull’avviso da un amico fascista, decide di disperdere la famiglia per salvarla, e giusto in tempo; pochi mesi dopo il ghetto e tutta Roma saranno ‘ripuliti’ dagli ebrei, la maggior parte dei quali increduli fino all’ultimo. Il bambino è ospite clandestino di varie famiglie, prima in Abruzzo, poi a Roma: perde la sicurezza, così importante per quell’età, che i genitori siano in grado di proteggerlo; impara che non deve fare domande; deve reprimere ogni sentimento, amore e gratitudine come rabbia o dolore; deve diventare esperto nella menzogna. Ma grazie all’umanità di chi lo ha nascosto si è salvato, non solo fisicamente, ma anche nell’animo.
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