«Fellini è tutto a Rimini, persino col suo cosmopolitismo, che parrebbe raccolto altrove e che, invece, è l’estate riminese». Così Renzo Renzi – autorevole critico cinematografico bolognese originario di Coriano in linea paterna e felliniano della prima ora – in La mia Rimini.
Già sei anni prima dell’uscita di Amarcord (1973) impariamo che non solo I vitelloni (1953) ma anche La dolce vita – all’apparenza tutto romano – e gli altri film di Fellini sono a Rimini. Lo stesso Renzi nel 1969 iscriverà Satyricon nel medesimo quadro. La tesi di Renzi sembra paradossale ma lo è fino a un certo punto. La filmografia di Fellini, in fondo, è un costante ritorno a Rimini. Che raggiungerà il suo culmine nella triade I Clowns (1970), Roma (1972) e Amarcord, dove Rimini viene “direttamente” evocata. Per l’esattezza nella prima parte dei Clowns e di Roma, in tutto Amarcord. L’avverbio “direttamente” nondimeno va precisato. Perché il regista riminese ricorda la sua infanzia e la sua giovinezza nella “piccola patria”, trasfigura, reinventa, immagina. Però non v’è alcun dubbio che di Rimini si tratti.
Un viaggio nei luoghi di Amarcord richiama dunque anche le altre topografie dell’immaginario felliniano. Così accompagnati da Gianfranco Miro Gori, studioso soprattutto delle “radici” di Fellini, del Fellini inteso come “provinciale del mondo”, parola di Gori, ci inoltreremo nell’immaginario di Fellini riferito a Rimini. Che prevede, anche per ordine espositivo e con l’ausilio, ovviamente, delle immagini felliniane, tre tempi: il mare, la campagna, il borgo. Nel primo il “controverso” rapporto col mare che risale ai Vitelloni (e ancor prima, volendo essere precisi, a Lo sceicco bianco); nel secondo la campagna che rimonta alle estati dalla nonna Franzchina; nel terzo il Borgo ovvero Rimini.
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