RAVENNA – Non tutte le sculture si fanno con lo scalpello, a volte basta una foto. La mostra “Immagini nello spazio” di Nataly Maier, allestita nella suggestiva galleria della Fondazione Sabe per l’Arte di via Giovanni Pascoli 31 a Ravenna, permette di scoprire come le immagini possono trasformarsi in oggetti tridimensionali e abitare lo spazio. Parte da qui, ossia da una riflessione sulle cosiddette “Fotografie a tre dimensioni”, la conferenza che si è tenuta ieri sera e che ha messo a confronto Cristina Casero, curatrice della mostra e docente di Teorie e tecniche della fotografia e Storia dell’arte contemporanea all’Università di Parma, e il critico Matteo Galbiati, autore di due importanti monografie dedicate al lavoro di Maier, in dialogo con l’artista.
«Per presentare il catalogo della mostra – ricorda in apertura Pasquale Fameli, direttore artistico della Fondazione Sabe per l’Arte –, abbiamo pensato di ripercorrere il percorso di ricerca dell’artista tedesca con un dialogo a più voci. L’intento è quello di collocare le sue fotosculture all’interno della sua produzione e, al contempo, di far capire come le opere esposte si inseriscano in un percorso storico più ampio, avviato negli anni Settanta, legato all’uso della fotografia e del procedimento fotografico come strumenti di riflessione sull’immagine stessa».
A spiegare come si è arrivati alla mostra alla Fondazione Sabe è la stessa curatrice. «Nataly si trasferisce a Milano nel 1981 svolgendo l’attività di fotografa – racconta Casero –. Ben presto inizia il suo cammino artistico che porta alla sua prima mostra personale alla galleria L’Attico a Roma nel 1992, in cui presenta opere quali Tavoli e Sedie e Agrumi. A dirigere la galleria era Fabio Sargentini che credeva fosse impossibile coniugare foto e sculture, ma dovette ricredersi. L’interesse verso la fotografia anche a livello teorico era crescente in quegli anni, ci si interrogava su un tema forte, ossia che la fotografia fosse una rappresentazione della realtà e non una semplice trascrizione. Considerando che la realtà è tridimensionale, non è un problema da poco cercare di rappresentarla in piano».
Secondo Galbiati, profondo conoscitore della poetica di Maier, la mostra ravennate «permette di entrare nei tempi diversi del lavoro di un’artista che continua a lavorare in parallelo su fotografia, scultura e pittura, e talora anche mescolandole in un unico lavoro, tornandoci sopra anche a distanza di tempo, per ripensarle. Le sue sono opere ‘aperte’, a volte si riattualizzano anche attraverso nuove tecniche, ed è per questo che alcune si intitolano “Verifica n.”. Verificare significa tornare sulle opere».
Sia per Casero che per Galbiati, il lavoro di Maier, pur non mancando di una certa concettualità, è in qualche modo anche ‘pop’ – termine che l’artista non ama particolarmente – perché è vicino a tutti, piacevole, in grado di attrarre il pubblico, di coinvolgerlo. Il suo è un dialogo aperto, non una riflessione chiusa in sé stessa. «Durante la fase creativa – spiega l’artista – non penso a opere che possano piacere al pubblico. Di per sé poi la fotografia è strana, è un atto freddo. Lo sono meno la pittura grazie alle tante sfumature del colore e la scultura che invade lo spazio. Ma, a posteriori, mi piace che le persone possano trovare nelle mie opere una rievocazione delle proprie memorie. In fondo, i miei lavori nascono sempre da quella che definisco una memoria ‘ingenua’, quella di una bambina che cammina e scopre il mondo».
Sarà possibile visitare la mostra di Nataly Maier sino al 12 aprile, a ingresso libero, nelle giornate di giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 19. Per domenica 19 aprile è invece attesa la vernice della nuova mostra, la seconda del 2026.
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