PARMA – Sostanze di natura chimica con azione di interferenti endocrini (EDC) sono state rilevate nel latte materno e nelle urine di bambini e bambine dalla nascita fino a 6 mesi di età, secondo uno studio di Università di Parma e Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma presentato a Chicago all’ENDO 2026, il congresso internazionale annuale dell’American Endocrine Society che rappresenta uno dei più autorevoli appuntamenti mondiali dedicati alla ricerca e alla pratica clinica in endocrinologia.
A illustrarne i risultati è stata Maria Elisabeth Street, docente di Pediatria all’Università di Parma e pediatra endocrinologa afferente alla Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.
“Il latte materno è la fonte nutrizionale ottimale per ogni bambino e deve essere protetto in quanto veicolo di contaminanti ambientali”, ha affermato la prof. Street. “L’infanzia rappresenta una finestra critica di esposizione, poiché gli effetti sono amplificati a questa età ed i danni diventano evidenti solo dopo molti anni”.
La prof. Street e i suoi colleghi e colleghe hanno utilizzato i dati di 336 coppie madre-bambino/a partecipanti al progetto LIFE-MILCH. I campioni sono stati raccolti a un mese, tre mesi e sei mesi dalla nascita. Questo progetto, supportato dal Programma LIFE della Commissione Europea, vede il coordinamento dell’Università di Parma (Prof. Paola Palanza) e la collaborazione dell’AUSL-IRCCS di Reggio Emilia (Prof. Maria Elisabeth Street), dell’Università di Firenze (Prof.ssa Anna Maria Papini) e dell’Università di Cagliari (Prof. Vassilios Fanos).
Ricercatori e ricercatrici hanno misurato l’esposizione a oltre 50 diverse sostanze chimiche diffuse nell’ambiente e presenti in molti prodotti di uso quotidiano (dalle plastiche ai cosmetici, dagli alimenti ai materiali industriali), tra cui bisfenoli (BPA), idrocarburi policiclici aromatici, ftalati e metaboliti, parabeni, pesticidi e piretroidi.
Il BPA è stato riscontrato in oltre la metà dei campioni di latte materno un mese dopo la nascita e a sei mesi dal parto. Quasi un terzo dei neonati e delle neonate presentava BPA nei campioni di urina dopo la nascita. La percentuale è salita al 68% dei campioni quando i neonati e le neonate avevano 6 mesi.
Il bisfenolo S (BPS) è stato riscontrato nel latte materno in un numero minore di campioni e nei campioni di urina dei neonati e delle neonate.
La maggior parte degli idrocarburi policiclici aromatici è stata raramente rilevata nel latte materno, ma diversi sono stati costantemente riscontrati nelle urine dei bambini e delle bambine (fino al 30% dei campioni).
Metil- ed etilparabene sono stati rilevati nel latte materno sia a un mese sia a sei mesi dopo il parto (nel 50-60% dei campioni) e nei campioni di urina con livelli crescenti nel tempo.
Sia nei campioni di latte materno sia di urina è stato riscontrato anche Il glufosinato, un erbicida, in un numero variabile di campioni, dal 27 al 45% dei campioni.
Gli ftalati sono stati costantemente riscontrati sia nei campioni di latte materno sia di urina ai diversi tempi
La maggior parte degli interferenti endocrini chimici (EDC) riscontrati nel latte materno e nei campioni di urina sono risultati associati alle abitudini alimentari e ai prodotti utilizzati per la cura personale e domestica, ha affermato la prof. Street.
Diversi studi hanno rilevato un legame tra l’esposizione a queste sostanze chimiche e problemi di neurosviluppo, modificazioni della minipubertà con alterata androgenizzazione nei maschi, modificazioni della crescita e della traiettoria del peso favorendo l’obesità. È importante sottolineare che anche il latte artificiale, analizzato con le stesse metodiche nell’ambito del progetto, presenta contaminazione da EDC.
“I risultati dello studio hanno portato a una campagna di prevenzione per ridurre l’esposizione agli interferenti endocrini della coppia madre-infante, e diverse aziende hanno firmato accordi per monitorare e ridurre la presenza di queste sostanze chimiche nei loro prodotti in Italia”, ha concluso Maria Elisabeth Street, che con colleghe e colleghi esorta “le autorità sanitarie pubbliche a intervenire per ridurre l’esposizione agli EDC e a creare strategie preventive per proteggere il latte materno in un mondo in continua evoluzione”.
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