A dialogare con l’autore Paolo Rambelli, responsabile comunicazione della Fondazione Cariforlì.
Venti racconti senza titolo, storie sospese quasi a comporre un romanzo per frammenti in cui si ritrovano i luoghi cari all’autore, Ferrara e il Delta del Po.
Anche se Franceschini ricorda, in apertura del libro, citando il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, scomparso recentemente, che “è inutile cercare sulla carta le località nominate. L’esattezza geografica non è che un’illusione.”
“Disadorna” fa riferimento alla prima storia di cui è protagonista uno scrittore di Bogotà, Paco Tovar, in crisi creativa, che ritrova l’ispirazione nella stanza di un albergo sul Delta del Po, vuoto da oltre 40 anni.
Nelle pagine successive si incontrano poi svariati personaggi: Nebore, un contadino analfabeta che a 85 anni passati comincia a suonare all’improvviso il violino del nipote; Angiolina che cuce, nel “maledetto buio del coprifuoco” di Ferrara, un grande tricolore, nei giorni della Liberazione; Bruno che cambia vita quando gli viene recapitata una motocicletta col sidecar e nel 1950 parte verso Parigi; il siriano Nizar nella Roma multietnica dell’Esquilino, dove una gelida mattina di gennaio quest’uomo, diventato un barbone, viene trovato morto di freddo; l’ultimo racconto vede invece un ex ministro, ormai anziano e malato di Alzheimer, che ritrova la memoria tornando nella sua città, Ferrara, dove Franceschini è nato nel 1958.
Dario Franceschini, dopo il suo esordio narrativo del 2006 con un romanzo che gli è valso diversi premi, si cimenta con questo libro in una forma narrativa, i racconti, specchio del nostro tempo, fatto di ritmi veloci e immediati, “disadorni”, proprio come il titolo di queste pagine, riuscendo però a descrivere la profondità dell’animo umano e dando ancora una volta prova della sua grande capacità di narrare un mondo che sogna migliore.
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