L’UE e gli europei di fronte alle sfide dell’immigrazione a Piacenza

Convegno in programma il  26 aprile 2016 a Palazzo Goticologo comune Piacenza

PIACENZA – Riceviamo e pubblichiamo la nota di Luigi Gazzola, Assessore ai Fondi comunitari e alla promozione della cultura della Legalità:

E’ importante interrogarsi come cittadini europei sul tema fondamentale delle migrazioni. Una questione che rappresenta un discrimine per la sopravvivenza della stessa Europa. Della cultura e dei valori su cui si fonda.
Confrontarsi, approfondire, possibilmente con rigore scientifico, da studiosi, piuttosto che da tifosi di questa o quella chiave di lettura ideologica, far girare le idee è il modo migliore per farsi un’opinione e anche un modo per cercare delle risposte.
Importante farlo a Piacenza che, a ben vedere, rappresenta un mosaico di culture.

Multiculturalità della città di Piacenza

A fine 2014 eravamo, con il 18,2%, la seconda città in Italia per popolazione straniera residente in rapporto agli abitanti. In gran parte giovane, con un’età media di 32 anni, il 44% di età inferiore ai trent’anni solo il 2,75% oltre i 65. Maggiormente rappresentate le nazionalità dell’est europeo, marocchina ed equadoriana ma complessivamente le nazionalità presenti erano 120.
120 lingue: non Piacenza ma Babele, si potrebbe pensare. Invece una città dove sono meno avvertite quelle tensioni che si vivono in altre realtà. Forse perché nel tempo sono state attivate politiche di accoglienza, di integrazione che hanno avuto qualche efficacia.
La nostra città è stata proclamata quest’anno capitale italiana dell’anti-razzismo. Sarà un caso o piuttosto il frutto di un lavoro silenzioso che avanza, soprattutto nella scuola, nei servizi sociali, ma anche nell’impegno e nella tolleranza dell’intera comunità. Un dato di cui essere orgogliosi.
Oltre che Primogenita la nostra città è anche capitale antirazzista!

Dalla migrazione come sofferenza alla mobilità come diritto

Ventisette anni dopo la caduta del muro di Berlino che segnava la fine della guerra fredda e l’inizio di una stagione di speranza, in Europa si torna ad erigere muri, di filo spinato, di barriere doganali, di separazione. E’ quanto accaduto in Ungheria nell’estate scorsa, ed è quanto accade in questi giorni al confine con l’Austria e di diversi stati della civilissima Europa per impedire l’arrivo di profughi e rifugiati dal sud del mondo: è la paura dei “nuovi barbari”, che minaccerebbero la nostra pace e il nostro benessere, a provocare queste reazioni. Ma non ci sono confini virtuali né barriere fisiche che tengano quando è in discussione la vita delle persone, disposte perfino a farsi inghiottire dal mare per coronare l’aspirazione di vivere in condizioni migliori in luoghi in cui credono che le condizioni di vita siano più dignitose. Siamo in presenza di un esodo che non è un fatto contingente, è un fenomeno strutturale, non transitorio.

Lo ha compreso il Presidente Obama che, di fronte all’esodo messicano, ha messo mano alla riforma dell’immigrazione per offrire un percorso più semplice a chi intende ottenere la cittadinanza, evitando l’espulsione di milioni di immigrati irregolari pronti a tornare inevitabilmente poco tempo dopo, spiegando bene agli americani la necessità di concentrare le risorse sugli effettivi pericoli per la sicurezza piuttosto che sui modi per dividere le famiglie che vogliono solo lavorare e dare un’istruzione e un’esistenza dignitosa ai propri figli.

E’ la politica che manca, fatta di idee chiare, una politica comune dell’Europa, che preferisce scaricare la gestione del problema sui singoli Paesi direttamente interessati (come l’Italia, oltre a Grecia e Malta) quando non addirittura sulle istituzioni locali, i gruppi di volontariato, marinai, pescatori, uomini e donne che con infinita generosità e senso di responsabilità si sono fatti e si stanno facendo carico dei primi soccorsi. Una politica che non riesce a trovare misure adeguate e lascia ai singoli stati l’individuazione di soluzioni improvvisate che, come nel caso di muri e filo spinato, sembrano privilegiare una deriva sempre più autoritaria e violenta, dovendo allo stesso tempo far fronte alla minaccia del terrorismo fondamentalista.
“Sull’immigrazione lo spirito d’Europa cadrà o risorgerà…A forza di gridare all’invasione finiamo per convincerci che, in fondo, chi bussa alla nostra porta non appartiene alla razza umana. È spazzatura, da tenere lontano dai fortificati cancelli di casa.” (Lucio Caracciolo – Limes).

Nemmeno il riferimento alle tanto spesso evocate “radici cristiane” dell’Europa sembra venire in soccorso tanto più che proprio coloro che, in altre circostanze, se ne sono fatti sostenitori, del tutto ignari dei valori che da quelle radici scaturiscono, sono oggi in prima linea a chiedere di respingere (se non di bombardare!) i barconi dei profughi spesso per mero calcolo politico ed elettorale.

In questo contesto di disorientamento generale e privo di un pensiero forte sembra essere Papa Francesco l’unica figura in grado di proporre un cambio di passo e un salto di qualità proponendo di passare “da una cultura dello scarto ad una cultura dell’incontro e dell’accoglienza“. Un passaggio in primo luogo culturale, accompagnato da gesti simbolici di grande significato, cui far seguire azioni concrete. L’indizione dell’anno santo della Misericordia ha richiamato con decisione ai valori delle radici cristiane europee e l’apertura di centinaia di porte sante nel mondo a partire dall’Africa indica un percorso di accoglienza decisamente alternativo a quello del respingimento.
Se, sulla base di questi principi, da un lato è indispensabile far maturare nelle coscienze degli individui un sentire comune per passare da un’Europa delle banche e della finanza ad un’Europa dei popoli, ciò che però ha tempi lunghi di maturazione, dall’altro occorre che le classi dirigenti adottino rapidamente misure concrete. “Alla base dell’Unione Europea non ci sono i dazi doganali, il rapporto tra deficit e pil, i regolamenti su come si deve fare il formaggio o su quale deve essere la dimensione delle prese elettriche. La grande avventura europea è fondata sui valori: libertà, uguaglianza, democrazia, rifiuto del terribile passato di due guerre mondiali” (Mario Deaglio – La Stampa).

Il secolo che abbiamo alle spalle viene ricordato come quello dei diritti ma ne restano altri da conquistare. Come si fa a considerare clandestino un essere umano? Nessuno può essere illegale per il solo fatto di voler vivere in un luogo, in una città piuttosto che in un’altra, soprattutto se fugge dal Paese d’origine per cercare un futuro migliore o, peggio, per non essere ucciso. Deve crescere la consapevolezza sociale e culturale per riuscire a comprendere cosa spinga uomini e donne ad abbandonare la propria terra e i propri affetti, a rischio della vita, per cercare un’esistenza più dignitosa.
Nessun essere umano ha scelto, o sceglie, il luogo dove nascere, ma tutti devono vedersi riconosciuto il diritto di scegliere il luogo dove vivere, vivere meglio e non morire.
Tale diritto può essere rispettato se tutti i Paesi decidono di riconoscerlo e di sostenerlo. Non può farlo una sola realtà. Se tutti i Paesi europei sapessero fare propria la tutela di questo diritto, non ci sarebbero più clandestini, ma persone con diritti e doveri da rispettare.

I respingimenti sono invece la cartina di tornasole di quella incapacità che accomuna i governi europei.
Riaffermare le ragioni di quella antica civiltà di cui andiamo così fieri e che allo stesso tempo sentiamo così pericolosamente minacciata da culture esterne, significa riconoscere come assurde, sul piano umanitario, le scelte dell’UE che ci costringono a difenderci e a considerare nemici coloro che scappano dalle guerre e dalla povertà cercando rifugio nelle nostre terre. E’ un paradosso che i trattati prevedano la libera circolazione di merci e capitali (basta un clic per spostare ingenti somme da un capo all’altro del mondo!) e non degli esseri umani.
La mobilità è un diritto inalienabile della nostra civiltà oltre che sancito dalla Carta costituzionale mentre il permesso di soggiorno è un’arma straordinaria a sostegno di quella criminalità organizzata dei trafficanti che si arricchisce sulla disperazione altrui e per combattere la quale è imprescindibile la creazione di un corridoio umanitario: qualcosa da fare subito per evitare che il paziente muoia mentre i dottori discutono.

La comunità internazionale deve abolire il permesso di soggiorno: strumento di tortura e di morte per queste persone costrette ai viaggi della speranza, utile solo alle organizzazioni criminali e a far guadagnare denaro a gente senza scrupoli. Di fronte alle ennesime stragi degli innocenti l’Europa non può continuare a far finta di nulla, comportandosi come Ponzio Pilato, per non essere complice di un altro genocidio nella sua storia dopo settanta anni.
Quali strategie?

E’ una strategia di lungo periodo che i governi devono elaborare. Non farlo significa alimentare internamente l’effetto demoralizzante, il senso di impotenza, il timore di crescenti disagi per la popolazione e delle conseguenze per l’economia che non possono essere scaricate sulla disperazione delle vittime provenienti dal sud del mondo.
Senza migliorare le condizioni di vita nei Paesi di provenienza dei migranti è impossibile bloccare i flussi, parlare di stabilità, di pace, ecc. Senza uscire dalla logica della guerra contro qualcuno non si può pensare di combattere la fame, la povertà, la disperazione e il caos, trasformando l’assistenza emergenziale da palliativo a cura effettiva.
Per sconfiggere l’inaccettabile atteggiamento (che purtroppo fa continuamente proseliti) di partiti, gruppi, singoli che di fatto perseguono la miseria umana (oltre che la propria) per approfittare della situazione e della incertezza politica in chiave elettorale, il modo migliore è non farlo proprio.
Gli Stati Uniti dopo il secondo conflitto mondiale seppero aiutare le popolazioni europee a risollevarsi dalla terribile e disperata situazione in cui si trovavano mettendo in campo una serie di interventi che presero il nome di “Piano Marshall”. Un piano di aiuti che consentì anche di attenuare fino ad interrompere i flussi migratori verso il nuovo mondo dai Paesi europei compreso il nostro.
I governi dovrebbero ora pensare a qualcosa di analogo. Risposte concrete e lungimiranti per superare lo stato di calamità umanitaria (loro) e istituzionale (nostra). Un programma umanitario di aiuti in grado di favorire, se possibile, accanto al miglioramento delle condizioni di vita delle persone anche un qualche livello di stabilità politica e, sul piano economico, stimolare il commercio espandendo i mercati con il doppio beneficio di interrompere anche la recessione internazionale.”