Con Kamlalaf in Senegal, per Daniela è “la riscoperta della libertà”

senegalPIACENZA – Rientra oggi, dal Senegal, il gruppo in viaggio con l’associazione Diaspora Yoff nell’ambito del progetto Kamlalaf. Nelle parole di Daniela Razzini – accompagnate dalle immagini di Matteo Stefano Tiboni – le emozioni della tappa all’isolo di Gorè e il valore della libertà.
Questo cielo che sembra palpabile, il mare che scivola a strapiombo sugli scogli, la cui vastitá arriva lontanissimo, su una superficie di onde lievi, di brezza profumata di libertà. Giá, libertà e dignitá, il significato del nome dell’ isola di Gorè. Quella agognata libertà che in tutta l’Africa 7 milioni di schiavi si sono visti negata, costretti a sopravvivere (per chi ci riusciva, dato che circa la metà degli individui moriva) con manette, collari, piombi ai piedi, stipati in anfratti strettissimi.

IMG-20160820-WA0009Una scritta sul muro si infila nella mia mente e cattura la mia vista:  “We can forgive but we cannot forget”. Possiamo perdonare, ma non possiamo dimenticare.

E cosí capisco l’importanza di visitare luoghi simili, di immedesimarmi in vissuti simili, per ricordare il sudore impregnato di dolore di quelle persone ridotte a schiavi, la cui vita perse sapore. Un nanosecondo dopo eccoci contemplare la “Porta di Non ritorno”, dove Giovanni Paolo II chiese un perdono commosso a tutta la popolazione africana per la tratta degli schiavi. Fra le tante case dai colori rossi (storicamente appartenenti ai coloni portoghesi) e gialli (le case degli olandesi), spicca una casa bianca, la dimora di Leopold Sedar Senghor, poeta, filosofo, politico che diventò Governatore.IMG-20160820-WA0010
Mi interessa alquanto la corrente della Negritudine, ovvero la reazione contro l’idea di assunzione passiva di una cultura altra, che comportó invece la riscoperta e la rivalutazione di valori culturali africani, e delle tradizioni locali. Mi attira l’ideale di Senghor, che disse metaforicamente “la vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere”. Quindi da forma culturale, stile letterario, la Negritudine diventa strumento di liberazione. Mi colpiscono soprattutto due cose di tutto ció.

IMG_20160814_152554La prima è quanto possiamo imparare da questo spirito che animó gli africani nella Negritudine perchè credo ci sia una subdola mancanza di certezze e di valori nella nostra società, seppure sarebbe cosí necessario ricoprirli, affinchè ci aiutino ad attribuire un senso agli eventi, e nel contempo per vivere in pienezza, e comportarci di conseguenza, con maggior consapevolezza.
La seconda cosa che ha suscitato una spinta evocativa in me è il fatto che Senghor abbia avuto come seconda dimora, una casa qui: Gorè è un’isola che si confá perfettamente ad animi poetici anche oggigiorno: con le piante di aloe dappertutto, le bougainvilles come cornice ad ogni vicolo, il profumo di frittelle e le scuole dove sono ammessi solo gli studenti piú talentuosi.
Il tutto nell’insieme crea un’incantevole poesia.

(a cura di Daniela Razzini)